Il vento del riformismo
di Emilio Russo
L’eresia di Maroni non si trasformerà in uno scisma: la Lega è un organismo troppo compatto perché l’appannamento del carisma di Bossi possa legittimare aspettative di successo per un’operazione politica che abbia l’ambizione di andare oltre “questa” Lega. Le esperienze precedenti, per quanto legate a nomi meno illustri ed estranei al nucleo dei fondatori, attestano l’insuccesso di qualsiasi tentativo di intestarsi un marchio rigidamente protetto dal copyright bossiano. Né Maroni si suppone possa essere interessato a replicare la confusa parabola di Fini e a innescare una dinamica che sarebbe destinata ad infoltire e a rendere ancora più eterogeneo il campo delle “forze intermedie”. Ci aspetta allora o una sfida all’O.K. Corral o una ritirata strategica in attesa di tempi migliori. Resta il problema politico segnalato dalle tensioni di questi giorni, che va oltre la collocazione della Lega nel centrodestra – a cui la cultura d’origine ha sempre rifiutato di sentirsi del tutto organica – e la valutazione dei risultati del Governo. Che consiste semmai nella crisi del rapporto che il blocco guidato da Berlusconi & Bossi ha instaurato nel tempo con la società settentrionale. Il cuneo nello zoccolo duro di alcune regioni del Nord che, insieme con il plebiscito siciliano anch’esso in discussione, ha assicurato in questi anni, al di là delle fluttuazioni elettorali avvenute altrove, la prevalenza del centrodestra, si chiama perdita di credibilità.
Un elettorato educato dal populismo imperante nella seconda repubblica e corrivo nei confronti della personalizzazione della politica, abituato a identificare i propri valori simbolici con la leadership bicipite del centrodestra, non può essere immune dalla percezione dei limiti, anche soggettivi, personali, dei due capi carismatici della Padania conservatrice, dal loro personale declino. Vi intravvede fatalmente la crisi della corrispondenza tra il proprio vissuto e l’offerta politica del centrodestra. Quei due, in realtà, appaiono agli occhi di molti che vi si avevano vista riflessa la propria soggettività, come estranei, lontani. Prima ancora che il legame con la proposta politica, con il “programma”, l’identificazione è stata il risultato di un transfert antropologico, nel quale si tenevano insieme le due facce della medaglia. Il mix della spregiudicatezza modernista di Silvio e del tradizionalismo comunitario di Umberto necessita però di una continua manutenzione, di una rappresentazione che oggi si propone come troppo stanca, troppo usurata, per essere minimamente efficace.
Lasciamo stare il vento. La metafora che ha incoraggiato lo spostamento elettorale di Milano rischia di diventare un mantra devastante. Il centrosinistra qui ha saputo rappresentare l’approdo del disincanto di alcuni e un riferimento ovvio per altri. In un contesto in cui l’esistenza del Pd, di una forza composita e persino ambigua nei suoi riferimenti culturali e nelle sue mosse politiche, è stata vista comunque come un elemento di garanzia, una presenza rassicurante, la polarità in grado di attrarre o di consolidare consensi solo in parte rappresentati nelle sue culture e soprattutto nel suo organigramma: spezzoni rimasti o ritornati “a sinistra” del vecchio mondo socialista, settori fondamentali del cattolicesimo militante legati a importanti figure ecclesiali, una parte della borghesia liberale, laica e cattolica, preoccupata per l’isolamento di Milano e della Lombardia dalle dinamiche dello sviluppo, dall’abbandono della sua dimensione europea, dal rallentamento dello sviluppo e dal corrispondente ripiegamento nei confini di una cittadella governata dagli imprenditori della paura. Ne emerge, in realtà, e non solo a Milano, l’incoraggiamento a riprendere il progetto di una forza plurale, di un baricentro solido per un campo da costruire. Non c’è nessun vento che spinga “a sinistra”. Se si insegue questo mito – troppo simile a quello del “vento del Nord” dei tempi di Parri – si rischia di essere travolti dalla tramontana, di incontrare sui propri passi una gelata simile a quella del “94. Già, del resto, nell’assenza di un chiarimento e di una risposta politica da parte del Pd, sono iniziate le grandi manovre per affermare un’interpretazione del voto amministrativo e dei referendum coincidente con l’evocazione dello “spostamento a sinistra”, per mettere il cappello su un risultato in cui l’apporto del voto “di sinistra”, e di quello dell’irrequieto Di Pietro, andrebbe invece ricondotto alle cifre reali del consenso ottenuto e alla scarsa possibilità degli stati maggiori di queste forze di orientare il voto dei loro sostenitori.
Lo “spostamento” è verso la domanda di una nuova offerta politica. La piattaforma forza-leghista è in affanno da tempo nella capacità di interpretare la fase recessiva della globalizzazione e la relativa normalizzazione dei suoi effetti. Perde la bussola quando deve fronteggiare lo stato dei conti pubblici ed escogita soluzioni – come l’ennesima riforma del fisco e come il “federalismo fiscale”, o addirittura come lo spostamento a Monza di alcuni ministeri - deboli e contraddittorie, che qui sono guardate con sospetto per i costi aggiuntivi che i cittadini presumono. Perde contatto con l’attenuazione, o con l’assuefazione, che la coscienza collettiva vive nel rapporto con i problemi suscitati dall’immigrazione. Esibisce soprattutto la propria impotenza a disegnare un perimetro di norme e di opportunità in grado di garantire la continuità di un modello sociale, fondato sull’imprenditoria diffusa, che ha perso parte della sua capacità propulsiva e forse anche la sua forza “egemonica”. E’ responsabile, più in generale, della scomparsa dei “ceti medi” (un po’ come le lucciole di Pasolini) colpiti soprattutto nelle aspettative delle generazioni più giovani e oggetto di una peculiare forma di “proletarizzazione esistenziale”. Dalle fratture di questo schema emergono pezzi di culture che vengono da lontano, si incoraggia una nuova militanza attiva al di fuori dei partiti ufficiali (dal solidarismo cattolico sempre più incline a “fare politica” alle sensibilità ambientaliste), si affermano issues talvolta parziali e anche contraddittorie che chiedono alla politica non tanto la capacità di fare sintesi disegnando schemi ideologici e indicazioni programmatiche solide ma sperimentando nuove forme di rappresentanza. Meno rigide, plurali, ma saldamente affidabili sul terreno della capacità di governo e dell’ispirazione riformista. Anche se la gente in realtà non sa o non ricorda che cosa questo termine significhi.
A Milano ha vinto la coesione del centrosinistra
di Mario Rodriguez
A qualche settimana di distanza dal voto amministrativo di Milano si può guardare al risultato con maggiore freddezza e lucidità. Più chiaro appare quello che il voto ha detto: in primo luogo le difficoltà del centrodestra milanese, di Berlusconi e di Letizia Moratti. Cose diverse ma convergenti. Sconfitte legate a debolezze personali che si sono incarnate in limiti amministrativi. In secondo luogo una ritrovata coesione del centrosinistra. Una coesione dovuta principalmente a tre fattori: le primarie che hanno legittimato la candidatura e spuntato le ostilità, la gestione intelligente del dopo primarie e quindi della sconfitta del candidato del PD, e ultima ma non secondaria, la personalità “gentile” del candidato Pisapia.
Non ci sono stati travasi consistenti tra gli schieramenti ma ha vinto la coesione interna degli schieramenti: nel 2011 le motivazioni degli elettori del centrosinistra sono state maggiori e più forti di quelle degli elettori del centrodestra. Non siamo quindi difronte ad una rivoluzione, un rivolgimento politico profondo frutto di un riallineamento elettorale di gruppi sociali consistenti. Una quota di elettorato deluso dall’esperienza della propria parte o si è ritratto astenendosi o ha scelto l’altra offerta disponibile che aveva un carattere accettabile.
Legare amministrative e referendum alla luce di un riallineamento sociale e culturale pare del tutto improprio.
Emergono invece alcune lezioni: l’imprescindibilità dell’esperienza che i cittadini compiono vivendo un’amministrazione. Nonostante un notevole cambiamento in atto nella città e la grande promessa dell’Expo gli elettori di centrodestra non si sono identificati in questo cambiamento. Viene confermata la centralità dei punti di contatto tra il fare amministrativo e la vita di tutti i giorni, l’esperienza attraverso la quale si metabolizzano le grandi quantità di messaggi mediatici. Anche amministrare, governare una città, si conferma come la capacità di “governare consapevolmente” la dimensione simbolica delle azioni e degli accadimenti, la loro capacità di creare senso.
Emerge quindi la erroneità di governare le città con logiche chiuse, che non si fanno carico di rappresentare il sentire diffuso. Questa lezione proviene anche dai risultati negativi della Lega dove ricopriva la carica di Sindaco. Si confermano elettoralmente le esperienze che si consolidano, che ampliano il consenso, che sanno parlare a tutti. Che sono animate da una “vocazione maggioritaria”. Che non governano per rappresentare i propri elettori ma tutti, che non governano mai contro qualcuno, ma includono.
Se questa chiave di interpretazione del voto è valida contiene in sé anche una sfida per la nuova amministrazione di Milano: governare per rappresentare la maggior parte possibile della comunità.
Questo significa ad esempio non considerare gli assessorati come posizioni di potere per consolidare il proprio sistema elettorale (l’organizzazione del consenso e delle preferenze) ma strumenti per dare gambe ad una visione della città nella quale si possa riconoscere la maggioranza.
E fare questo a Milano, città europea dalla caratteristiche di una capitale, non è facile: bisogna governare una evidente schizofrenia, l’attenzione alle buche (le piccole cose della quotidianità) e un racconto che stimoli appartenenza, identificazioni, orgoglio, fiducia. I primi passi non permettono un giudizio ma qualche preoccupazione è lecito esprimerla.
I referendum dei disobbedienti
di Carla Gaiani
Era dal 1995 con il quesito sulla privatizzazione della Rai che la partecipazione ai referendum non raggiungeva il quorum del 50 per cento più uno degli aventi diritto. Sedici anni dopo, nel 2011 i quattro referendum abrogativi sull’acqua, sul nucleare e sul legittimo impedimento toccano quota 57 per cento. Dall’entrata in vigore della Costituzione ad oggi gli italiani sono stati chiamati a votare per 66 referendum abrogativi in 16 diverse circostanze. I quorum raggiunti sono stati 39, quelli mancati 27. In molte occasioni le consultazioni referendarie hanno segnato autentici e decisivi punti di svolta per la storia sociale, civile e politica del nostro Paese. Fu così nel 1946 quando più di 12 milioni di italiani scelsero la Repubblica alla Monarchia. Un cambiamento politico epocale: “E’ nata la Repubblica italiana”, titolava il Corriere della Sera di allora. Fu così anche nel 1974 con il referendum sul divorzio che rivelò un’Italia laica in cui l’elettorato democristiano non seguì l’indicazione di voto della DC. Il clamore fu tale che la prima pagina dell’Unità parlò di una: “Grande vittoria della libertà: il popolo italiano fa prevalere la ragione, il diritto, la civiltà”. Fino ad arrivare ai referendum elettorali del 1991 e del 1993 che hanno avuto come scrive l’eretico Pannella, “un ruolo dirompente”, insieme ad altri importanti fattori, nel segnare la fine del “regime partitocratico” e il tramonto della Prima Repubblica. Referendum che hanno permesso ai cittadini di tracciare direttamente la rotta su di una mappa riconsegnata nelle mani della democrazia rappresentativa. Consultazioni dirette i cui effetti hanno segnato il passo, creando uno spartiacque tra un prima e un dopo della storia del nostro Paese.
La stessa cosa può valere per i referendum del 2011? Si può sostenere cioè che anche questa ultima tornata referendaria rappresenti una svolta? Dipende. Dipende da dal tipo, dal senso che si vuole dare al termine svolta. Se infatti, il quesito è quello di stabilire se le recenti consultazioni hanno prodotto o meno una trasformazione politica, la risposta è no. Perché non si è verificato un mutamento dello scenario politico attuale, perché non si è avuto un cambio di direzione in termini reali e concreti dei rapporti di forza tra le diverse parti politiche. La recente verifica parlamentare e l’approvazione del decreto sviluppo hanno dimostrato che il Governo ha i numeri per reggere ottenendo paradossalmente anche la maggioranza assoluta in Parlamento. Così come non c’è stato quel cambiamento di rotta minacciato dall’ultimatum della Lega dal pratone verde di Pontida dopo gli schiaffi presi prima dalle amministrative, poi dai referendum stessi. Non a caso infatti, la vicenda del trasferimento di alcuni ministeri al Nord si è rivelata una tremenda buffonata; il dietrofront sulla missione in Libia è stato vanificato dal prevalere del senso di responsabilità e credibilità per gli impegni assunti con gli altri Stati esteri, Stati Uniti in testa; infine, la pretesa (giusta) della riforma del sistema fiscale entro luglio sembra essere ormai ostacolata dai conti pubblici e dagli obblighi di rientro impartiti dall’Unione europea.
Diverso è invece dire che il successo dei referendum è portatore di un significato politico. L’ostracismo della maggioranza di governo, le dirette esortazioni ad “andare al mare” anziché alle urne, il silenzio delle televisioni talmente imbarazzante da far persino scomodare il presidente della Repubblica, sono tutti elementi che hanno caricato i referendum di un’intima valenza politica. Certo è che la vittoria dei sì e soprattutto il tasso di partecipazione ha mostrato come una parte degli italiani abbia di fatto “disobbedito” agli appelli del Governo. I dati elaborati dall’Istituto Cattaneo parlano chiaro. La media nazionale di non votanti ai referendum del 2011 è stata di 23,5 punti percentuali superiore all’astensione del 2008. Le regioni nelle quali l’astensionismo aggiuntivo (ossia la differenza fra l’astensionismo in occasione del voto su questi referendum e l’astensionismo registrato in occasione delle precedenti elezioni politiche del 2008) è risultato più elevato sono state la Lombardia (30,4 per cento) e il Veneto (25,8 per cento). Se però si confrontano queste percentuali con quelle degli elettori delle politiche del 2008 si scopre che “su 100 cittadini che hanno espresso un voto valido per i partiti di Governo nel 2008, 28 hanno votato per l’abrogazione delle leggi approvate dai loro partiti”. E ancora, “su cento elettori che hanno espresso un voto valido nel 2008, il 66,5 per cento ha votato sì, il 3,4 per cento ha votato no, il 30 per cento si è astenuto”. Dati che attestano un’inequivocabile sconfitta politica della maggioranza, “la seconda sberla per il Governo“ come ha onestamente ammesso il ministro Calderoli. Risultati che marcano, per la seconda volta nel giro di due mesi, una “linea di confine”, individuano uno stacco tra “la volontà popolare e il Governo”. Una perdita di sintonia con il proprio elettorato che assume inevitabilmente un significato politico più che i caratteri di una vera e propria svolta politica. Che le cose siano andate così lo dimostra anche il fatto che ad oggi non si ha sicurezza che alle prossime elezioni politiche, i disobbedienti del centrodestra continuino appunto, a disobbedire e che quindi i voti di opinione si traducano in voti politici.
Si può altresì parlare di svolta civica dei referendum 2011? Decisamente sì. Dopo sedici anni di quorum falliti, finalmente un cambio di tendenza. Una vittoria netta della società civile in movimento. Ai movimenti sociali, ai vari comitati referendari che pur hanno adoperato le armi del radicalismo e del populismo, va riconosciuto il merito di aver spinto la battaglia referendaria al successo coinvolgendo un elettorato largo e trasversale. Una spinta che i partiti di centrosinistra e di sinistra hanno abilmente saputo sostenere e convogliare verso il successo definitivo. Non certo senza correre dei rischi, come quello mortale, emerso soprattutto all’inizio della campagna referendaria, di politicizzarne i contenuti riducendo il tutto all’ennesimo voto pro o contro Berlusconi. Perché quello del 12 e 13 di giugno è stato prima di tutto un voto d’opinione, un’occasione che ha permesso l’espressione di un clima di opinione forte e chiaro costruito più su impulsi emotivi che non su solide ragioni, più su passioni che interessi personali. Un’opinione pubblica quindi che è emersa sia come dizione, formata, sia come forza operante.
Ma c’è un altro tipo di svolta che si può cogliere dai risultati referendari ed è la svolta mediatica. Come già accaduto per le amministrative di Milano, il popolo del web, soprattutto quello di facebook e twitter, ha giocato un ruolo fondamentale per la vittoria elettorale. L’informazione, la notizia, la stessa opinione pubblica è appunto resa pubblica dai nuovi mezzi di comunicazione. Le tecnologie digitali contemporanee sono veloci, semplici e globali. Per un verso sono intime, disegnate per andare al cuore del “chi siamo o del chi vorremmo essere come persone”, dell’identità e delle relazioni personali; per l’altro coinvolgono i singoli nel flusso delle informazioni globali e delle azioni collettive fino a farli diventare parti attive, operanti. Un andirivieni, un “seguire e un essere inseguito” continuo e disordinato, più o meno consapevole, dal globale al locale fino al personale; uno scambio continuo, in un clic. Non devono stupire allora le parole di Ilvo Diamanti, quando afferma che “una partecipazione referendaria così alta, sarebbe stata impensabile se non avesse coinvolto altri settori della società. Il popolo della Rete, è un’elite. Giovane, colta, comsmopolita” alla quale non ci si può non rivolgere, ora non più.
Significato politico, vittoria della società civile, élite della rete sono dunque gli elementi chiave emersi dall’analisi di questi referendum. Successo referendario che coniugato alla vittoria del centrosinistra alle ultime elezioni amministrative permette di cogliere una inequivocabile visione d’insieme, molto bene descritta dall’editoriale di Emilio Russo: “non c’è nessun vento che spinge a sinistra. Lo spostamento è verso la domanda di una nuova offerta politica”. Un messaggio forte e chiaro per il Partito Democratico.
Pontida: ritratto di una Lega al bivio
di Luciano Fasano
Mai Pontida, tradizionale appuntamento della Lega Nord, fu più rapidamente disattesa di quella di quest’anno. L’ultimatum del Carroccio, lanciato da Bossi nelle righe di una sola paginetta distribuita sul prato della città bergamasca il 19 giugno, è passato nella più totale indifferenza di Berlusconi e del Pdl. E ciò è avvenuto malgrado l’aut-aut bossiano fosse dato in scadenza con le due settimane successive. Quindici giorni concessi al Premier per dare risposte. Quindici giorni passati di un soffio senza che alcuna risposta sia mai pervenuta da Palazzo Chigi.
Queste le richieste della Lega: a) riforma costituzionale per la riduzione dei parlamentari e l’istituzione del Senato federale (circola voce dell’invio all’esame del pre Consiglio dei ministri di una non meglio precisata bozza … ci avranno messo forse una pezza?); b) decreto legge per la riduzione dell’impegno militare all’estero, con conseguente riduzione dei costi sostenuti per le missioni dei nostri contingenti (al momento, di certo c’è solo un comma della manovra finanziaria in varo che aumenta di 700 milioni per il 2011 il fondo di dotazione per le missioni militari all’estero); c) rivendicazione di due Ministeri decentrati a Monza (che, ad onor del vero, va detto non fosse contemplata nella paginetta distribuita a Pontida, sebbene sempre a Pontida sia stata sbandierata come un obiettivo fondamentale e irriunciabile): ma qui stendiamo un velo pietoso …. non pervenuta! E ancora, sempre fra le promesse (scritte o verbali) di Pontida: riforma fiscale a vantaggio delle famiglie e delle piccole-medie imprese; nuove forme di autonomia per le regioni; riduzione delle bollette energetiche; revisione del Patto di stabilità per i comuni e le province; taglio ai costi della politica; finanziamento del trasporto pubblico locale (con quali risorse, non è dato a sapersi); abolizione delle sanzioni di esazione fiscale per Equitalia).
Come agenda non c’è male, quanto meno per l’articolazione delle proposte. Ma questa check list ha forse prodotto qualche azione del Consiglio dei ministri? Ha forse trovato inquadramento nella più complessa manovra da 47 milioni di euro predisposta dal ministro Tremonti? Prendiamo il Patto di stabilità, al quale era legata la minaccia/anatema di Bossi, che sempre dal prato di Pontida ha intimato a Tremonti di lasciare stare i “nostri comuni”, se voleva avere i voti della Lega per la sua manovra. Eppure di revisioni non se ne parla fino al 2013, e un Sindaco leghista come Fontana, oggi Presidente di Anci Lombardia, ha replicato che quel traguardo è troppo in là per enti locali che faticano già a chiudere i bilanci dell’anno corrente. Al momento, però, per i “nostri comuni” ci sono solo altri tagli: 9,6 miliardi sul biennio 2013/14, che assommati ai 14,8 miliardi già previsti per il biennio 2011/12, mettono in ginocchio da subito comuni e province, ponendo una forte ipoteca sulla loro capacità di tenuta del Patto, così come sulle loro aspettative circa i possibili benefici derivabili dal federalismo fiscale. E con il federalismo tocchiamo anche l’ultimo punto dolente: definizione dei costi standard e varo del Codice delle autonomie restano due passaggi fondamentali, per completare il federalismo sia sul piano fiscale sia su quello istituzionale, rispetto ai quali l’orizzonte dei lavori del Consiglio dei ministri appare ancora francamente indeterminato.
Bene. Ma che resta, allora, di Pontida 2011, oltre che della capacità di influenza della Lega Nord sul governo Berlusconi? Nulla, tant’è che a due settimane di distanza il discorso di Bossi del 19 giugno appare come una semplice cornice di circostanza ad un pittoresco happening di militanti in festa. Sia chiaro, della quasi totale ininfluenza leghista sulle scelte recenti del governo, in una fase di profonda crisi politica ed economica come questa, non vi è certo da stare allegri. Meglio sarebbe se in maggioranza e nel governo vi fosse qualche soggetto – partito o ministro – capace di indicare una linea di azione in grado di andare oltre le preoccupazioni di Berlusconi per le proprie sorti personali.
La Lega di oggi, però, è vittima di una profonda crisi, oltre che di un evidente appannamento del proprio leader. Da un lato è costretta a subire, per mano di quel Tremonti che in passato ha rappresentato il proprio interlocutore privilegiato nel Pdl, gli irriducibili vincoli di una situazione economico-finanziaria estremamente complicata, che ne limita le capacità di azione soprattutto nei confronti di quei ceti produttivi del Nord che oggi più sono colpiti dagli effetti della crisi. Dall’altro non può fare a meno di scontare le conseguenze di un confronto democratico interno che oggi più che mai, soprattutto in prospettiva di una futura uscita di scena di Umberto Bossi, investe nella sua complessità il gruppo dirigente, opponendo alla prospettiva moderata di Maroni le ambizioni di un inner circle (Briccolo, Mauro, Reguzzoni, Sig.ra Marrone in Bossi e “trota” al seguito) che dai tempi della malattia ha sempre più condizionato da vicino le scelte del leader del Carroccio.
È assai probabile che il conflitto fra Maroni e il cosiddetto “cerchio magico” non darà seguito ad uno scisma, come osserva nel suo articolo Emilio Russo. Tuttavia, proprio le caratteristiche di compattezza della Lega intorno al proprio leader, che contribuiscono a farne una variante di “partito personale”, lasciano presagire come la scoperta da parte del Carroccio della democrazia interna possa essere accompagnata da una grave crisi di successione. Una crisi destinata ad avere forti ripercussioni, sia nei confronti della coalizione di governo, nel rapporto con quel Pdl che la maggior parte dei militanti e degli elettori leghisti ha sempre tollerato a fatica, sia sul fronte interno, rispetto alle difficoltà che potrebbero seguire all’attuazione del federalismo fiscale, qualora la pressione sul reddito delle famiglie del Nord dovesse aumentare invece di diminuire, mettendo a dura prova il partito che ha fatto del federalismo la sua bandiera. Fronti che potrebbero riservare alla Lega cattive sorprese, anzitutto da parte dei propri simpatizzanti, e che in assenza di una leadership forte e incontrastata, com’è stata per lungo tempo quella di Bossi, potrebbero creare al Carroccio seri problemi.
Ma è l’intero sistema dei partiti ad essere in sofferenza, che nel bel mezzo di una crisi economico-finanziaria dagli esiti ancora incerti si trova ad attraversare una nuova fase di transizione, dopo che quella lunga e incompiuta che ha contraddistinto l’ultimo ventennio si è definitivamente tradotta in un fallimento. E di ciò ne risente la Lega Nord, così come gli altri partiti. I fili della rappresentanza che, dopo Tangentopoli, avrebbero dovuto riannodarsi grazie ad una rinnovata struttura dell’offerta politica, in grado di ridurre la frammentazione partitica e fare dell’Italia una compiuta democrazia competitiva e dell’alternanza, si sono ingarbugliati intorno a partiti incapaci di risolvere la transizione attraverso un coerente pacchetto di riforme istituzionali. Le molteplici riforme della legge elettorale che si sono succedute nel tempo, prive di alcun legame di coerenza, hanno cercato invano di surrogare l’assenza di una riforma di sistema, delegando agli elettori quella semplificazione del quadro politico che le leadership politiche per prime avrebbero dovuto sforzarsi di realizzare.
Oggi, che quella finestra di opportunità sta forse chiudendosi definitivamente, la crisi economico-finanziaria impone un rigore nelle scelte che una classe politica incapace di realizzare il compito costituente che la storia degli ultimi venti anni gli aveva assegnato non è in grado di garantire. Questa situazione, che anzitutto concerne una crisi di legittimazione e credibilità, investe in primo luogo le forze di governo. È quindi la Lega Nord, e con essa il Pdl, prima ancora che il centrosinistra – oggi in grado di lucrare dall’opposizione – o il Terzo polo – finora privo di una precisa fisionomia –, a dover pagare lo scotto più alto di questo default politico. Ed è la Lega Nord che, al pari del Pdl, per prima si interroga sulla successione della leadership, in una complessa e difficile discussione interna, che al momento diventa anche occasione per riflettere su come rispondere al tema della rappresentanza politica di domani. Con ciò, lo scontro all’interno della Lega fra Maroni e il “cerchio magico” non si riassume soltanto in una lotta per la successione a Bossi, così come non corrisponde solo alla scoperta della democrazia interna, ma equivale all’aprirsi di una nuova partita su quali interessi, aspettative e bisogni il Carroccio intenda rappresentare in futuro. Una discussione che si fa particolarmente critica, nel momento in cui la lunga fase di governo del centrodestra che ha attraversato il primo decennio degli anni Duemila, e che ha visto la Lega alla guida del paese, sembra volgere inevitabilmente al termine.
La Lega Nord andata in scena a Pontida è l’immagine sfuocata di quel partito che negli ultimi venti anni, a più riprese, ha saputo dettare le condizioni e fare agenda setting nella discussione politico-parlamentare, così come nel governo del paese. I prossimi mesi saranno decisivi per comprendere se il Carroccio sarà in grado di tornare ad essere un protagonista della politica italiana, o se viceversa sarà destinato ad un lento e inesorabile declino.
C’è bisogno di lavorare!
di Massimiliano Rigon
Il mercato del lavoro è uno dei principali terreni su cui si deve misurare qualunque partito riformista. La globalizzazione dei mercati, l’accresciuta competizione internazionale, l’evoluzione e trasformazione delle realtà produttive impongono oggi un profondo ripensamento rispetto ai modelli di riferimento degli scorsi decenni. Il rischio che si corre nell’attuale contesto è quello di trovarsi disorientati, portati da un lato a inseguire vecchi schemi di comportamento, quasi a riproporre in chiave moderna le antiche contrapposizioni tra classi sociali, e dall’altro il pericolo opposto, quello di rendersi protagonisti di atteggiamenti troppo spregiudicati, che avrebbero il risultato di privare il partito della propria base sociale, che potrebbe non comprendere certe fughe in avanti.
L’unico modo per non smarrire la strada che porta all’affermazione di un moderno partito riformista è quello di lasciarsi guidare dalle due stelle polari del riformismo: accrescere l’inclusione sociale e ridurre le disuguaglianze tra gli uomini. Questi due riferimenti devono illuminare il percorso che il Partito Democratico deve compiere nel mercato del lavoro; di strada da percorrere oggi ve n’è davvero tanta, poiché molte sono le disuguaglianze nel mondo del lavoro: quelle tra occupati e disoccupati, tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi (il popolo della partita IVA), tra lavoratori dipendenti a tempo determinato e indeterminato, e tra gli stessi lavoratori dipendenti a tempo indeterminato in relazione alla dimensione dell’azienda e del settore di occupazione. Numerose sono anche le forme di esclusione sociale, prime fra tutte quelle dei giovani, delle donne e di quanti, sfiduciati dalla mancanza di opportunità di impiego, abbandonano la ricerca di un posto di lavoro. Nessuno, credo, possa negare che quelli elencati siano alcuni dei principali problemi nell’odierno mercato del lavoro.
Un partito riformista non può però limitarsi a prenderne atto e a invocare maggiore occupazione e maggiori diritti per tutti. Non può farlo perché sarebbe un appello sterile, che rischia di illudere quanti vi credono. Immaginare nei prossimi anni un mondo del lavoro in cui tutti i lavoratori si trovino nelle condizioni dei più fortunati tra i lavoratori dipendenti di oggi è francamente illusorio. Se maggiore inclusione sociale e minore disuguaglianza sono gli obiettivi, quali sono le strade da percorrere per raggiungerli? Nel suo intervento di Genova in occasione della Conferenza Nazionale per il Lavoro del Partito Democratico, Pietro Ichino indica una via. Quello da lui tracciato è un percorso, potrebbe non essere l’unico, ma non ne abbiamo visto indicare nessun altro. Ichino ha lasciato intravedere una meta raggiungibile e ha disegnato un sentiero per raggiungerla. Tale percorso si chiama “flexsecurity”. Ovviamente si tratta di un tracciato irto di ostacoli, primo fra tutti la strettoia imposta dalle condizioni della finanza pubblica, ma credo che valga la pena di essere percorso. Chi sostiene il modello della flexsecurity non vuole ridurre i diritti dei lavoratori, al contrario ritiene che la difesa del diritto al lavoro non si possa esaurire all’interno del diritto del lavoro stesso, che va in ogni caso snellito e semplificato a vantaggio di tutti: lavoratori e datori di lavoro (soprattutto stranieri). Oggi assistiamo per alcune categorie di lavoratori alla presenza di norme e prescrizioni che rappresentano vere forme di rigidità per le imprese. Allo stesso tempo vi sono altre tipologie di lavoratori per i quali non sembra esistere alcun diritto e per i quali la flessibilità è sinonimo di precarietà. Avvicinare questi due mondi dovrebbe essere una delle linee di azione nelle politiche del lavoro del Partito Democratico. Alle imprese deve essere concessa la necessaria flessibilità nel gestire tutti i fattori di produzione per far fronte alle variazioni del contesto economico in cui operano. Allo stesso tempo ai lavoratori deve essere garantita una vera rete di protezione sociale che li aiuti a mantenere i propri redditi nel periodo passato alla ricerca di una nuova occupazione. Tale rete di protezione deve valere per tutti i lavoratori e non solo, come oggi avviene, per alcune categorie. Solo in questo modo la perdita del posto di lavoro può essere interpretata come fatto quasi normale in un mondo del lavoro dinamico e non trasformarsi in una tragedia umana e sociale. A fronte della crisi di un’impresa in un settore, vi devono essere seri piani di conversione e riqualificazione dei lavoratori e non tentativi destinati a fallire di mantenere i lavoratori il più a lungo possibile aggrappati alle sorti, spesso segnate, del proprio datore di lavoro. Ovviamente, la flexsecurity non è la panacea di tutti i mali, ma dovrebbe rappresentare realisticamente un elemento di aggregazione delle forze riformiste in materia di lavoro e non un’occasione per sollevare distinguo. C’è bisogno di lavorare!
Ma Milano merita di più
di Luciano Fasano
Il voto di Milano è ormai alle porte, la campagna elettorale volge al termine, ed è quindi tempo di formulare i primi bilanci di un’esperienza politica che sola negli ultimi venti anni ha visto il centrosinistra esprimere una capacità competitiva nei confronti di un dominio del centrodestra in passato sostanzialmente incontrastato.
L’autunno scorso, dopo le primarie che incoronarono Pisapia candidato Sindaco di Milano per il centrosinistra, e che videro il candidato del PD, Stefano Boeri, incassare una sonora sconfitta, le massime cariche del partito milanese, Roberto Cornelli e Pierfrancesco Majorino, rispettivamente segretario provinciale e capogruppo in Consiglio comunale, si dimisero per favorire quella che per loro stessa ammissione avrebbe dovuto essere una discussione di verità, in grado di produrre un cambiamento significativo, sia nelle scelte politiche, sia nelle persone. Tuttavia in tempi molto rapidi, come spesso accade sotto la pressione di importanti scadenze elettorali, quel confronto rientrò, le dimissioni vennero ritirate e le cose restarono sostanzialmente come prima. Furono poi le vicende interne al centrodestra, dagli scandali che investivano sempre più da vicino il Presidente del Consiglio alle divergenze che iniziavano ad affacciarsi fra Pdl e Lega, a rendere progressivamente la corsa per Palazzo Marino una gara aperta, fino a farne la competizione dagli esiti incerti che oggi, a pochi giorni dal voto, osservatori e sondaggisti immaginano esserci dietro l’angolo. Ma di tutto ciò che, dalle primarie del 14 novembre scorso al voto del prossimo fine settimana, ha fatto scendere le azioni di Letizia Moratti, a vantaggio soprattutto di Giuliano Pisapia, il centrosinistra milanese è stato un semplice spettatore.
Come si è detto, le elezioni comunali che si celebreranno a Milano il 15 e 16 maggio saranno le prime, da circa vent’anni, che vedranno in campo un candidato Sindaco del centrosinistra competitivo. Ma tale competitività è per lo più la conseguenza indiretta della crisi che sta attraversando il centrodestra nazionale, e che ha il suo epicentro nella situazione milanese, come dimostrano le diverse valutazioni che Lega, Pdl e Moratti hanno fornito del caso Lassini, piuttosto che nella maturazione nel centrosinistra di una credibile e innovativa proposta per il governo della città. E di questo occorre essere consapevoli, soprattutto se gli esiti della corsa per Palazzo Marino dovessero risultare alla fine favorevoli a Pisapia. Perché se il centrosinistra dovesse riuscire nell’impresa di battere il centrodestra nella sua città di elezione, a ben poco servirebbe la celebrazione retorica di un presunto “modello Milano” (modello del quale, peraltro, non sarebbero neppure chiari i presupposti). La nuova cifra per il governo del capoluogo lombardo sarebbe ancora in larga parte da inventare, mentre Pisapia e la sua coalizione, da quel momento, sarebbero attesi alla prova dei fatti, in una situazione in cui il futuro più prossimo della città riserva sfide già molto difficili da superare, a cominciare da Expo 2015.
Tre, massimo quattro (se si include anche l’alfiere grillino, il giovane Mattia Calise), sono i candidati Sindaco che sembrano in grado di condizionare il risultato finale. E soprattutto sono solo tre i candidati Sindaco che rappresentano l’ossatura dell’offerta politica in termini di possibili schieramenti alternativi: Letizia Moratti per il centrodestra, Giuliano Pisapia per il centrosinistra e Manfredi Palmeri per il nuovo (o terzo) polo. Pochi, però, gli elementi di novità, come si è avuto modo di vedere in una campagna elettorale priva di temi e prospettive in grado di scaldare davvero gli animi dei milanesi e di chiarire su quali grandi progetti amministrativi centrodestra, centrosinistra e nuovo (o terzo) polo si giocassero il futuro della città. Troppi, specie per una realtà di punta come Milano, sono stati i richiami ai temi politici nazionali; evocati soprattutto dal centrodestra, che attraverso le intemerate ideologiche del Presidente del consiglio contro “le sinistre” e “le toghe rosse” ha inteso nascondere le fragilità interne alla propria coalizione e la debolezza personale di una Letizia Moratti incapace di sfruttare a pieno il cosiddetto vantaggio del candidato uscente. Così come – di riflesso – troppe (e troppo ingombranti) sono state le presenze di leader nazionali, soprattutto da parte del centrosinistra; Bersani, Vendola, D’Alema, Bindi, Franceschini, Veltroni non hanno saputo sottrarsi alle provocazioni del centrodestra, finendo così col cadere nella trappola della politicizzazione dello scontro, che da sempre, soprattutto nel nord e a Milano, è un terreno favorevole a Berlusconi, oltre che alle frange più integraliste dell’elettorato Pdl.
Non vi è dubbio che Milano avrebbe meritato di più. Città che in più occasioni è stata in grado di segnalarsi come frontiera del paese, per le innovazioni di cui nella storia d’Italia si è resa protagonista, dall’epoca in cui vide l’affermazione di Berlusconi e l’avvento del cosiddetto berlusconismo, essa non è stata più in grado di uscire dalla palude. Non lo è stata anzitutto per l’incapacità mostrata in vent’anni di governo amministrativo della città da parte del centrodestra, ma non lo è stata anche in ragione delle difficoltà del centrosinistra a rappresentare una credibile prospettiva riformista, così da attrarre l’elettorato milanese non pregiudizialmente schierato. Con ciò, i tre principali candidati nella corsa per Palazzo Marino sono chiaramente il segno di una società e di una politica milanese incapace di rinnovarsi, e di produrre una classe dirigente all’altezza della complessa sfida che attende in prospettiva la metropoli ambrosiana. Lo è Letizia Moratti, che dopo un mandato amministrativo dai toni grigi non riesce neppure a conquistarsi l’entusiasmo dei principali partiti della sua coalizione. Lo è Giuliano Pisapia, che non riesce ad andare oltre il tradizionale cliché del candidato di centrosinistra, tutto periferie, partecipazione e integrazione sociale. Lo è Manfredi Palmeri, che malgrado l’apparente freschezza dovuta alla giovane età non può fare a meno di esibire tutti i tratti caratteristici della tipica scelta posticcia dell’ultim’ora, peraltro all’interno di un progetto politico dai contorni ancora non chiaramente delineati.
Sia chiaro: non è nostra intenzione sostenere in chiave qualunquista un argomento a favore dell’astensione. Siamo infatti convinti che, stando in questo modo le cose, l’elettorato milanese dovrebbe comunque provare ad investire su un’alternativa a quel centrodestra di stretta osservanza berlusconiana che in quasi venti anni di governo del capoluogo lombardo non ha lasciato alcuna impronta significativa sulla città. E pensiamo che oggi questa alternativa possa essere rappresentata dal centrosinistra e da Giuliano Pisapia, perché tra i due principali sfidanti di Letizia Moratti questo è senza dubbio il candidato che esprime un profilo alternativo più chiaro. Ma se a pochi giorni dal voto i sondaggi continuano a segnalare un’elevata percentuale di intervistati (intorno al 30-35%) che sostengono di non volersi recare alle urne, perché insoddisfatti della proposta politica in campo, qualche problema dovrà pur esserci.
Tempo fa, quando Manfredi Palmeri si rese disponibile a candidarsi per il nuovo (o terzo) polo, Massimo Cacciari, in un accorato appello/endorsement pubblicato sulle pagine del Corriere della Sera proprio a sostegno di Palmeri, disse chiaramente che Milano era meno preparata che nel passato ad affrontare le sfide che l’attendevano, e che ciò accadeva perché il suo ceto politico, di destra e di sinistra, era venuto meno al proprio dovere e alla propria responsabilità. Parole che contengono una verità, ma che investono – e dobbiamo dirlo, quanto meno per onestà intellettuale – non soltanto il ceto politico, ma anche una società civile che a tutt’oggi appare incapace di promuovere e sostenere un personale politico e amministrativo in grado di incarnare al meglio la tradizione storica del riformismo ambrosiano (perché non è che il campione dello stesso Cacciari, il giovane Palmeri, possa senza tema di smentita considerarsi l’espressione naturale e la più degna eredità di quella stessa tradizione). Non è, quindi, soltanto la politica a soffrire di una certa abulia a Milano. Lo è anche la società civile, che continua stancamente a ripetere se stessa nel rappresentarsi attraverso lo schema logoro e sterile di un centrodestra, più “bacchettone” che moderato, di stampo berlusconiano e un centrosinistra, inconcludente e radical chic, di stampo antiberlusconiano (a cui ora si aggiunge anche un nuovo polo che malgrado gli sforzi di un giovane candidato Sindaco e l’impegno di un’intellettuale di comprovata esperienza politica non riesce a darsi un profilo politico chiaro e compiuto).
In questo clima politico, dove l’assenza di contenuti fa il paio con la radicalizzazione del confronto in chiave puramente ideologica, tutto ciò che investe il futuro di Milano, e a partire da qui quello della Lombardia e dell’Italia, viene immancabilmente lasciato ai margini. Perché mai al centro della campagna elettorale per il futuro Sindaco del capoluogo lombardo non ci sono stati gli interrogativi che sorgono dalla lettura dei dati raccolti dal ricercatore di Nomisma, Federico Fontolan, e che, come mostra nel suo articolo Emilio Russo, contribuiscono a mettere radicalmente in discussione il luogo comune secondo il quale la Lombardia (e con essa Milano) sarebbero la “regione più ricca d’Europa”? E perché mai al centro di questa campagna elettorale non vi è stato il tema dell’area metropolitana milanese, a cui è dedicato l’articolo di Lorenzo Gaiani, come riforma istituzionale indispensabile per la costruzione di politica di sviluppo in grado di dislocare la città nella giusta dimensione competitiva a livello globale?
Nelle urne di Milano sono in questo momento deposte non tanto le speranze dei cittadini milanesi, quanto quelle di un ceto politico che, come ha dimostrato anche il finale di questa campagna elettorale, rappresenta una sorta di epifenomeno della sindrome tutta italiana della persistenza del berlusconismo. In parte, come si è detto, la responsabilità di questa cosa pesa anche sulla società civile milanese, che in venti anni di cosiddetta Seconda repubblica – caratterizzata dall’elezione diretta del Sindaco – non è stata in grado di sollecitare nella politica l’innovazione e il ricambio necessari a fare del personale amministrativo di Milano una risorsa per il futuro della città. Purtroppo le elezioni del 15 e 16 maggio non contribuiranno a risolvere questo problema. Ma proprio per questo, crediamo sia necessario mantenere la discussione su Milano e il suo governo aperta. Anche al di là del responso contingente delle urne.

















