di Tommaso Nannicini
Va dato atto ai maggiori leader del Pd di aver saputo trarre almeno un insegnamento dalla sconfitta parlamentare incassata dalle opposizioni al governo Berlusconi con il recente voto di fiducia. Il segretario Bersani e il suo ex sfidante Franceschini hanno abbandonato gli indugi e le timidezze tipiche di chi non sa bene dove andare a parare. Entrambi hanno messo sul piatto una linea politica chiara, con sfumature leggermente diverse sul piano culturale, ma ampiamente compatibili sul piano politico. Bersani, in un’intervista a Repubblica, ha detto che è necessario allearsi con il cosiddetto Terzo Polo sulla base di “una piattaforma per la riforma della Repubblica, per la crescita e il lavoro” (anche a costo di sacrificare la premiership e il metodo delle primarie per la scelta della stessa). Franceschini, con un video su YouTube, ha lanciato la linea della cosiddetta “emergenza democratica”, incardinata su un’alleanza anti-berlusconiana che vada da Vendola a Fini.
La linea è chiara, ma non del tutto convincente. Per due motivi. Primo, perché non è scontato che il Tezo Polo sia minimamente interessato ad allearsi col Pd, e anche se fosse costretto a farlo avrebbe tutto l’interesse ad annunciarlo all’ultimo minuto, lasciando i democratici a cuocere sulla graticola nel frattempo. Secondo, perché porsi sulle proprie spalle lo fatica di Sisifo di costruire un’alleanza del genere significa privarsi in partenza della possibilità di elaborare un messaggio chiaro che sappia parlare al paese. La politica non sarà una scienza esatta, ma ha le sue regole. Se l’ossessione della tua strategia è quella di assemblare forze alla tua sinistra e alla tua destra, tra loro fortemente incompatibili e al momento affaccendate solo a marcare il loro territorio, non ti restano argomenti e spazio per costruire la tua identità di fronte al paese.
Bersani e Franceschini si sono divisi i ruoli. Il primo parla ai possibili interlocutori del Terzo Polo, con un linguaggio politichese modello Prima Repubblica. Il secondo cerca di calmare la base, con un’enfasi retorica francamente degna di miglior causa. L’ex candidato “riformista” (sigh!) alla guida del Pd si spinge a evocare il mito delle brigate partigiane, in cui tutti rinunciarono alle proprie identità politiche pur di combattere il regime fascista. A essere buoni, si potrebbe dire che simili dichiarazioni non sono certo utili a convincere elettori che hanno votato Berlusconi in passato (alla faccia della vocazione maggioritaria del Pd); a essere cattivi, c’è da augurarsi che nessuno prenda più sul serio certe dichiarazioni dei politici italiani, che potrebbero altrimenti rivelarsi pericolose.
Se Fini e Casini vincono la scommessa di radicare in Italia un centrodestra diverso da quello berlusconiano, saranno i nostri avversari di domani. Se falliscono, saranno alleati scarsamente utili, che dovrebbero implorare il Pd di stringere un’alleanza con loro, non viceversa. Che dire invece di Vendola e Di Pietro? Lì il problema è strategico, non solo tattico. Che c’azzecca il giustizialismo e la vacuità progettuale dell’ex magistrato di Mani Pulite con il progetto democratico? Niente. Su Vendola, il discorso è diverso. In tutti i paesi, esiste una sinistra romantica che cavalca posizioni di radicalismo anti-mercato. Visto che, a differenza del dipietrismo, qui stiamo parlando di politica, il Pd può benissimo stringere un’alleanza elettorale con la sinistra vendoliana, basata su alcuni punti precisi di compromesso programmatico. Ma per raggiungere un compromesso credibile e utile al paese, il Pd deve chiarirsi le idee prima. Insomma, qualcuno dovrà pur dire che su globalizzazione e precariato Vendola avanza proposte dannose per i lavoratori e per il paese. Poi, ragioniamone pure.
Ma esiste un’alternativa alla linea politica dell’ammucchiata anti-berlusconiana su cui il gruppo dirigente del Pd sembra pronto a giocarsi quel piccolo residuo di credibilità rimastagli? Direi di sì. Far finta che Berlusconi sia un Presidente del consiglio normale. E far finta che le elezioni non siano dietro l’angolo. Lo so: Berlusconi è un pessimo presidente del consiglio (anche se parlare di emergenza democratica è semplicemente ridicolo). E so anche che le elezioni sono probabilmente imminenti. Eppure, far finta di andare a votare nel 2013, potrebbe far bene al Pd. Costringendolo a pensare a se stesso e all’Italia. A delineare un progetto di cambiamento del paese che rimetta in moto le opportunità e la voglia di crescere degli italiani, a colpi di: ammortizzatori sociali per i lavoratori flessibili; riforma del lavoro alla Pietro Ichino; disboscamento di barriere professionali e aiuti discrezionali alle imprese a favore di una seria politica della concorrenza; rilancio degli investimenti in scuola e università ma solo dopo una cura draconiana di selezione e meritocrazia; redistribuzione del carico fiscale da impresa e lavoro verso ricchezza immobiliare e finanziaria. L’ossessione del Pd dovrebbe diventare quella di costruire il consenso necessario intorno a queste “politiche”. In una parola: tornare a fare “politica”. Si parla tanto di rottamare la classe dirigente del Pd. Ma la vera cosa da rottamare sono i tatticismi nel quale è rimasta imbrigliata. Poi, le alleanze (e magari le vittorie) elettorali, come le seconde linee napoleoniche, seguiranno.


























“Un progetto di cambiamento del paese che rimetta in moto le opportunità e la voglia di crescere degli italiani, a colpi di: ammortizzatori sociali per i lavoratori flessibili; riforma del lavoro alla Pietro Ichino; disboscamento di barriere professionali e aiuti discrezionali alle imprese a favore di una seria politica della concorrenza; rilancio degli investimenti in scuola e università ma solo dopo una cura draconiana di selezione e meritocrazia; redistribuzione del carico fiscale da impresa e lavoro verso ricchezza immobiliare e finanziaria”.
E’ praticamente il sommario del nostro prossimo numero.