Associazione di promozione sociale
Saturday May 18th 2013

Il populismo della Brichetto

di Carla Gaiani

Ci mancava solo il colpo sotto la cintola sferzato da Letizia Brichetto al candidato sindaco di centrosinistra Giuliano Pisapia. Inaspettato. Avevamo sempre visto la Brichetto composta, posata, mai con un capello fuori posto, sempre cotonata persino quando in posa per i manifesti della campagna elettorale indossa l’elmetto. Aggraziata, con la voce pacata e un po’ troppo monotonica che sembra indurre a pensare ad altro non appena si supera la soglia d’ascolto dei dieci minuti, donna Letizia ha sempre dato l’impressione di essere una gentil signora, capace di movenze sobrie e parvenze morigerate, di una certa classe. Poi accade quello che non ti aspetti. Un atteggiamento scomposto, una sbavatura sullo strascico della campagna elettorale e la first lady di Milano tira fuori le unghie affilatissime. A Pisapia l’amarezza di saggiarle. Si sa, siamo in campagna elettorale e la posta in gioco è molto alta. Non sola la conquista di Milano, capitale finanziaria del nostro Paese, città della cultura e della moda, ma anche di quel qualcosa in più destinato inevitabilmente a riflettersi sul piano nazionale, perché come scrive Giacomo Schiavi sul Corriere della Sera “c’è sempre qualcosa da leggere nel voto di Milano”.

Ma, diciamolo con franchezza, ha procurato una certa impressione vedere gli ultimi minuti al veleno del faccia a faccia televisivo milanese andato in onda su Sky. Un confronto che ha visto i contendenti discutere primariamente di sicurezza, di periferia, di immigrazione. Come se Milano fosse solo questa; un dibattito privo di una veduta prospettica, di un orizzonte ampio al quale affidarsi per rilanciare il cambiamento. Con un sindaco uscente che non ha nemmeno sentito l’esigenza di respingere l’immagine che intanto prendeva forma, di una città, da lei fino ad ora governata, in stallo, ripiegata su se stessa, quasi limitata, come se si esaurisse lì.

Poi lo scivolone, una caduta di stile con quel fendente subdolo, studiato a tavolino, del tutto in sintonia con i toni aggressivi della campagna di Berlusconi e dei falchi del Pdl, inaugurata dal manifesto dello sciagurato Lassini a cui donna Letizia ha saputo opporre dapprima solo una flebile contestazione per poi sposarne la linea aggressiva.  Un colpo inferto proprio al termine della disputa televisiva per sorprendere e stordire l’avversario messo così alle strette, nella condizione di non poter più usufruire nell’immediato, del tempo a disposizione per replicare.  “L’amnistia non è l’assoluzione”, sentenzia dall’alto la Brichetto dimenticandosi (sic!) però di dire che l’avvocato Pisapia fece a suo tempo ricorso venendo assolto con formula piena per non aver commesso il fatto. Dettagli ritenuti di poco conto o scarso approfondimento, sta di fatto che qualcuno l’ha male informata.

Dell’attacco, più di tutto, colpisce la strumentalizzazione, la maniera scorretta con cui la lady di Milano ha letteralmente spiaccicato in faccia al suo contendente un passato di fatti parziali facendo valere peraltro solo alcune mezze verità e omettendo, deliberatamente o meno, di narrarne l’intera vicenda. Si coglie la mancanza di rispetto dell’avversario politico tornato ad essere il nemico da sconfiggere ad ogni costo; la radicalizzazione dello scontro prepotentemente iniziata e voluta dal presidente del consiglio. Dov’è il limite politico oltre il quale non si è più in competizione ma in  “guerra continua”; qual è il confine al di là del quale non c’è più un vero dibattito politico, non ci si confronta più sui progetti, sulle piattaforme programmatiche, sulle proposte e i temi aperti per il futuro della città? E quanto si è disposti a spingersi, a mostrare i muscoli e serrare le mascelle pur di marcare il territorio e  mantenere il potere acquisito? In tutto questo pettegolare, vociare e insultare, i contenuti e la visione d’insieme di Milano sembrano stare ai margini, fare da sfondo al dibattito politico. Si preferisce buttarla in polemica o dare una piega nazionale alla campagna in atto.

E pensare che qualche ora prima del confronto televisivo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel corso di un evento celebrativo dei 150 anni dell’Unità d’Italia al Quirinale, aveva rilanciato l’appello a far sì che “la lotta politica non sia una guerra continua e ci sia rispetto tra le parti che fanno politica e che competono per la conquista della maggioranza alle elezioni».  Detto,  fatto. Il contrario! “Un frontale”, una Moratti prigioniera della sua stessa trappola; una zampata finale che sa già di grave errore politico e che avrà come conseguenza diretta quella di far allontanare ancora di più gli indecisi moderati dal voto.

Resta da prendere in considerazione il significato intimo di tutta questa vicenda. La rilettura degli avvenimenti di quest’ultimo scorcio di campagna elettorale tradisce in maniera chiara i sintomi di un’intrinseca debolezza e malcelata fragilità di un centrodestra milanese intimorito di poter perdere, questa volta davvero, una delle sfide politiche più importanti, se non la più importate, per l’Italia del domani. Anche le mamme dei supereroi a volte scivolano correndo in questo caso il rischio di togliere i vestiti del re al quale ci si aggrappa per non cadere, cosicché qualcuno possa magari gridare: il re è nudo!

PS. Che poi la candidatura di Pisapia avesse il marchio di una prolungata militanza nella sinistra radicale e lo stigma degli eccessi di una generazione politicamente sovreccitata era cosa che si sapeva fin dall’inizio. La sua affermazione era stata, comunque lo si voglia dire, il segno della debolezza e delle divisioni del Pd. Il fatto che, nonostante questo imprinting, Pisapia, anche grazie ad una campagna elettorale discutibilmente minimalista, abbia fatto del tutto per accreditarsi come un candidato “moderato” e che ci fossero segni che il suo appeal si estendesse anche a settori importanti della borghesia milanese (come conferma, tra gli altri, il commento di Piero Bassetti) deve essere stata la molla fondamentale che ha indotto Berlusconi prima e la Brichetto poi a passare il Rubicone del buon gusto e a dare fondo a tutti gli espedienti del peggior populismo.

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