Associazione di promozione sociale
Thursday February 23rd 2012

Ma Milano merita di più

di Luciano Fasano

Il voto di Milano è ormai alle porte, la campagna elettorale volge al termine, ed è quindi tempo di formulare i primi bilanci di un’esperienza politica che sola negli ultimi venti anni ha visto il centrosinistra esprimere una capacità competitiva nei confronti di un dominio del centrodestra in passato sostanzialmente incontrastato.

L’autunno scorso, dopo le primarie che incoronarono Pisapia candidato Sindaco di Milano per il centrosinistra, e che videro il candidato del PD, Stefano Boeri, incassare una sonora sconfitta, le massime cariche del partito milanese, Roberto Cornelli e Pierfrancesco Majorino, rispettivamente segretario provinciale e capogruppo in Consiglio comunale, si dimisero per favorire quella che per loro stessa ammissione avrebbe dovuto essere una discussione di verità, in grado di produrre un cambiamento significativo, sia nelle scelte politiche, sia nelle persone. Tuttavia in tempi molto rapidi, come spesso accade sotto la pressione di importanti scadenze elettorali, quel confronto rientrò, le dimissioni vennero ritirate e le cose restarono sostanzialmente come prima. Furono poi le vicende interne al centrodestra, dagli scandali che investivano sempre più da vicino il Presidente del Consiglio alle divergenze che iniziavano ad affacciarsi fra Pdl e Lega, a rendere progressivamente la corsa per Palazzo Marino una gara aperta, fino a farne la competizione dagli esiti incerti che oggi, a pochi giorni dal voto, osservatori e sondaggisti immaginano esserci dietro l’angolo. Ma di tutto ciò che, dalle primarie del 14 novembre scorso al voto del prossimo fine settimana, ha fatto scendere le azioni di Letizia Moratti, a vantaggio soprattutto di Giuliano Pisapia, il centrosinistra milanese è stato un semplice spettatore.

Come si è detto, le elezioni comunali che si celebreranno a Milano il 15 e 16 maggio saranno le prime, da circa vent’anni, che vedranno in campo un candidato Sindaco del centrosinistra competitivo. Ma tale competitività è per lo più la conseguenza indiretta della crisi che sta attraversando il centrodestra nazionale, e che ha il suo epicentro nella situazione milanese, come dimostrano le diverse valutazioni che Lega, Pdl e Moratti hanno fornito del caso Lassini, piuttosto che nella maturazione nel centrosinistra di una credibile e innovativa proposta per il governo della città. E di questo occorre essere consapevoli, soprattutto se gli esiti della corsa per Palazzo Marino dovessero risultare alla fine favorevoli a Pisapia. Perché se il centrosinistra dovesse riuscire nell’impresa di battere il centrodestra nella sua città di elezione, a ben poco servirebbe la celebrazione retorica di un presunto “modello Milano” (modello del quale, peraltro, non sarebbero neppure chiari i presupposti). La nuova cifra per il governo del capoluogo lombardo sarebbe ancora in larga parte da inventare, mentre Pisapia e la sua coalizione, da quel momento, sarebbero attesi alla prova dei fatti, in una situazione in cui il futuro più prossimo della città riserva sfide già molto difficili da superare, a cominciare da Expo 2015.

Tre, massimo quattro (se si include anche l’alfiere grillino, il giovane Mattia Calise), sono i candidati Sindaco che sembrano in grado di condizionare il risultato finale. E soprattutto sono solo tre i candidati Sindaco che rappresentano l’ossatura dell’offerta politica in termini di possibili schieramenti alternativi: Letizia Moratti per il centrodestra, Giuliano Pisapia per il centrosinistra e Manfredi Palmeri per il nuovo (o terzo) polo. Pochi, però, gli elementi di novità, come si è avuto modo di vedere in una campagna elettorale priva di temi e prospettive in grado di scaldare davvero gli animi dei milanesi e di chiarire su quali grandi progetti amministrativi centrodestra, centrosinistra e nuovo (o terzo) polo si giocassero il futuro della città. Troppi, specie per una realtà di punta come Milano, sono stati i richiami ai temi politici nazionali; evocati soprattutto dal centrodestra, che attraverso le intemerate ideologiche del Presidente del consiglio contro “le sinistre” e “le toghe rosse” ha inteso nascondere le fragilità interne alla propria coalizione e la debolezza personale di una Letizia Moratti incapace di sfruttare a pieno il cosiddetto vantaggio del candidato uscente. Così come – di riflesso – troppe (e troppo ingombranti) sono state le presenze di leader nazionali, soprattutto da parte del centrosinistra; Bersani, Vendola, D’Alema, Bindi, Franceschini, Veltroni non hanno saputo sottrarsi alle provocazioni del centrodestra, finendo così col cadere nella trappola della politicizzazione dello scontro, che da sempre, soprattutto nel nord e a Milano, è un terreno favorevole a Berlusconi, oltre che alle frange più integraliste dell’elettorato Pdl.

Non vi è dubbio che Milano avrebbe meritato di più. Città che in più occasioni è stata in grado di segnalarsi come frontiera del paese, per le innovazioni di cui nella storia d’Italia si è resa protagonista, dall’epoca in cui vide l’affermazione di Berlusconi e l’avvento del cosiddetto berlusconismo, essa non è stata più in grado di uscire dalla palude. Non lo è stata anzitutto per l’incapacità mostrata in vent’anni di governo amministrativo della città da parte del centrodestra, ma non lo è stata anche in ragione delle difficoltà del centrosinistra a rappresentare una credibile prospettiva riformista, così da attrarre l’elettorato milanese non pregiudizialmente schierato. Con ciò, i tre principali candidati nella corsa per Palazzo Marino sono chiaramente il segno di una società e di una politica milanese incapace di rinnovarsi, e di produrre una classe dirigente all’altezza della complessa sfida che attende in prospettiva la metropoli ambrosiana. Lo è Letizia Moratti, che dopo un mandato amministrativo dai toni grigi non riesce neppure a conquistarsi l’entusiasmo dei principali partiti della sua coalizione. Lo è Giuliano Pisapia, che non riesce ad andare oltre il tradizionale cliché del candidato di centrosinistra, tutto periferie, partecipazione e integrazione sociale. Lo è Manfredi Palmeri, che malgrado l’apparente freschezza dovuta alla giovane età non può fare a meno di esibire tutti i tratti caratteristici della tipica scelta posticcia dell’ultim’ora, peraltro all’interno di un progetto politico dai contorni ancora non chiaramente delineati.

Sia chiaro: non è nostra intenzione sostenere in chiave qualunquista un argomento a favore dell’astensione. Siamo infatti convinti che, stando in questo modo le cose, l’elettorato milanese dovrebbe comunque provare ad investire su un’alternativa a quel centrodestra di stretta osservanza berlusconiana che in quasi venti anni di governo del capoluogo lombardo non ha lasciato alcuna impronta significativa sulla città. E pensiamo che oggi questa alternativa possa essere rappresentata dal centrosinistra e da Giuliano Pisapia, perché tra i due principali sfidanti di Letizia Moratti questo è senza dubbio il candidato che esprime un profilo alternativo più chiaro. Ma se a pochi giorni dal voto i sondaggi continuano a segnalare un’elevata percentuale di intervistati (intorno al 30-35%) che sostengono di non volersi recare alle urne, perché insoddisfatti della proposta politica in campo, qualche problema dovrà pur esserci.

Tempo fa, quando Manfredi Palmeri si rese disponibile a candidarsi per il nuovo (o terzo) polo, Massimo Cacciari, in un accorato appello/endorsement pubblicato sulle pagine del Corriere della Sera proprio a sostegno di Palmeri, disse chiaramente che Milano era meno preparata che nel passato ad affrontare le sfide che l’attendevano, e che ciò accadeva perché il suo ceto politico, di destra e di sinistra, era venuto meno al proprio dovere e alla propria responsabilità. Parole che contengono una verità, ma che investono – e dobbiamo dirlo, quanto meno per onestà intellettuale – non soltanto il ceto politico, ma anche una società civile che a tutt’oggi appare incapace di promuovere e sostenere un personale politico e amministrativo in grado di incarnare al meglio la tradizione storica del riformismo ambrosiano (perché non è che il campione dello stesso Cacciari, il giovane Palmeri, possa senza tema di smentita considerarsi l’espressione naturale e la più degna eredità di quella stessa tradizione). Non è, quindi, soltanto la politica a soffrire di una certa abulia a Milano. Lo è anche la società civile, che continua stancamente a ripetere se stessa nel rappresentarsi attraverso lo schema logoro e sterile di un centrodestra, più “bacchettone” che moderato, di stampo berlusconiano e un centrosinistra, inconcludente e radical chic, di stampo antiberlusconiano (a cui ora si aggiunge anche un nuovo polo che malgrado gli sforzi di un giovane candidato Sindaco e l’impegno di un’intellettuale di comprovata esperienza politica non riesce a darsi un profilo politico chiaro e compiuto).

In questo clima politico, dove l’assenza di contenuti fa il paio con la radicalizzazione del confronto in chiave puramente ideologica, tutto ciò che investe il futuro di Milano, e a partire da qui quello della Lombardia e dell’Italia, viene immancabilmente lasciato ai margini. Perché mai al centro della campagna elettorale per il futuro Sindaco del capoluogo lombardo non ci sono stati gli interrogativi che sorgono dalla lettura dei dati raccolti dal ricercatore di Nomisma, Federico Fontolan, e che, come mostra nel suo articolo Emilio Russo, contribuiscono a mettere radicalmente in discussione il luogo comune secondo il quale la Lombardia (e con essa Milano) sarebbero la “regione più ricca d’Europa”? E perché mai al centro di questa campagna elettorale non vi è stato il tema dell’area metropolitana milanese, a cui è dedicato l’articolo di Lorenzo Gaiani, come riforma istituzionale indispensabile per la costruzione di politica di sviluppo in grado di dislocare la città nella giusta dimensione competitiva a livello globale?

Nelle urne di Milano sono in questo momento deposte non tanto le speranze dei cittadini milanesi, quanto quelle di un ceto politico che, come ha dimostrato anche il finale di questa campagna elettorale, rappresenta una sorta di epifenomeno della sindrome tutta italiana della persistenza del berlusconismo. In parte, come si è detto, la responsabilità di questa cosa pesa anche sulla società civile milanese, che in venti anni di cosiddetta Seconda repubblica – caratterizzata dall’elezione diretta del Sindaco – non è stata in grado di sollecitare nella politica l’innovazione e il ricambio necessari a fare del personale amministrativo di Milano una risorsa per il futuro della città. Purtroppo le elezioni del 15 e 16 maggio non contribuiranno a risolvere questo problema. Ma proprio per questo, crediamo sia necessario mantenere la discussione su Milano e il suo governo aperta. Anche al di là del responso contingente delle urne.

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2 Comments for “Ma Milano merita di più”

  • giovanni scrive:

    ma insomma, cosa fate, gli amici del giaguaro? anche dopo l’aggressione della moratti?

  • Luciano Fasano scrive:

    Non facciamo gli amici del giaguaro, caro Giovanni. Tant’è che sosteniamo che “l’elettorato milanese dovrebbe comunque provare ad investire su un’alternativa a quel centrodestra di stretta osservanza berlusconiana che in quasi venti anni di governo del capoluogo lombardo non lasciato alcuna impronta significativa sulla città. E pensiamo che oggi questa alternativa possa essere rappresentata dal centrosinistra e da Giuliano Pisapia, perché tra i due principali sfidanti di Letizia Moratti questo è senza dubbio il candidato che esprime un profilo alternativo più chiaro”.
    Il punto è che Milano, una volta capitale morale del paese, è costretta (anche per responsabilità che riguardano la cosiddetta società civile milanese) ad assistere inerme anche alla degenerazione polemica degli ultimi due giorni, compresa l’aggressione della Moratti.
    Forse oggi, invece di metterci a gareggiare sulle persone che hanno avuto per amici dei terroristi, che con buona pace della Moratti non mancano neppure nelle fila di Berlusconi (che dire di Giuliano Ferrara? e di Paolo Liguori? e vogliamo proseguire?), dovremmo parlare di più di Milano, del suo rapporto con il resto del nord del paese, delle sue sinergie con il resto della Lombardia, delle sue vocazioni professionali ed economiche, degli asset strategici sui quali la città può puntare per il suo futuro, di EXPO 2015, che per come stanno le cose sembra morta prima di avere inizio (le risorse dove sono?).
    Sono questi i motivi per cui Milano merita di più. E sono gli stessi motivi per cui oggi Milano è una città malata. Anzitutto perché dopo venti anni di berlusconismo questa città si risveglia con più problemi di quelli che l’assillavano all’epoca delle ultime giunte rosse della Prima repubblica. Ed in larga parte, di questa cosa, è responsabile proprio la comunità milanese. Da una parte per aver subito acriticamente l’attrazione di Berlusconi e del suo governo del fare. Dall’altra parte per non aver saputo fare altro che autocompiacersi in una critica moralistica al berlusconismo, che se da un lato bastava a sentirsi con la coscienza a posto, dall’altra non forniva alcun contributo reale alla rinascita della città. La grave e premeditata aggressione personale perpetrata dalla Moratti ai danni di Pisapia non basta a nascondere tutto questo. E noi per primi dobbiamo esserne consapevoli. Dinnanzi al declino del paese, non è sufficiente compiacerci della nostra superiorità morale, trovando nei loro comportamenti le ragioni di tale superiorità, ma dobbiamo iniziare a dire e fare qualcosa di più serio per intravedere la luce. E certamente la luce non la potremmo intravedere semplicemente per la nostra superiorità morale. Questa tornata amministrativa poteva in tal senso rappresentare una prima occasione. Purtroppo si è trattato di un’occasione sprecata: il faccia-a-faccia Moratti vs. Pisapia ne è stata la dimostrazione più evidente.


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