Associazione di promozione sociale
Sunday May 19th 2013

A Milano ha vinto la coesione del centrosinistra

di Mario Rodriguez

A qualche settimana di distanza dal voto amministrativo di Milano si può guardare al risultato con maggiore freddezza e lucidità. Più chiaro appare quello che il voto ha detto: in primo luogo le difficoltà del centrodestra milanese, di Berlusconi e di Letizia Moratti. Cose diverse ma convergenti. Sconfitte legate a debolezze personali che si sono incarnate in limiti amministrativi. In secondo luogo una ritrovata coesione del centrosinistra. Una coesione dovuta principalmente a tre fattori: le primarie che hanno legittimato la candidatura e spuntato le ostilità, la gestione intelligente del dopo primarie e quindi della sconfitta del candidato del PD, e ultima ma non secondaria, la personalità “gentile” del candidato Pisapia.

Non ci sono stati travasi consistenti tra gli schieramenti ma ha vinto la coesione interna degli schieramenti: nel 2011 le motivazioni degli elettori del centrosinistra sono state maggiori e più forti di quelle degli elettori del centrodestra. Non siamo quindi difronte ad una rivoluzione, un rivolgimento politico profondo frutto di un riallineamento elettorale di gruppi sociali consistenti. Una quota di elettorato deluso dall’esperienza della propria parte o si è ritratto astenendosi o ha scelto l’altra offerta disponibile che aveva un carattere accettabile.

Legare amministrative e referendum alla luce di un riallineamento sociale e culturale pare del tutto improprio.

Emergono invece alcune lezioni: l’imprescindibilità dell’esperienza che i cittadini compiono vivendo un’amministrazione. Nonostante un notevole cambiamento in atto nella città e la grande promessa dell’Expo gli elettori di centrodestra non si sono identificati in questo cambiamento. Viene confermata la centralità dei punti di contatto tra il fare amministrativo e la vita di tutti i giorni, l’esperienza attraverso la quale si metabolizzano le grandi quantità di messaggi mediatici. Anche amministrare, governare una città, si conferma come la capacità di “governare consapevolmente” la dimensione simbolica delle azioni e degli accadimenti, la loro capacità di creare senso.

Emerge quindi la erroneità di governare le città con logiche chiuse, che non si fanno carico di rappresentare il sentire diffuso. Questa lezione proviene anche dai risultati negativi della Lega dove ricopriva la carica di Sindaco. Si confermano elettoralmente le esperienze che si consolidano, che ampliano il consenso, che sanno parlare a tutti. Che sono animate da una “vocazione maggioritaria”. Che non governano per rappresentare i propri elettori ma tutti, che non governano mai contro qualcuno, ma includono.

Se questa chiave di interpretazione del voto è valida contiene in sé anche una sfida per la nuova amministrazione di Milano: governare per rappresentare la maggior parte possibile della comunità.

Questo significa ad esempio non considerare gli assessorati come posizioni di potere per consolidare il proprio sistema elettorale (l’organizzazione del consenso e delle preferenze) ma strumenti per dare gambe ad una visione della città nella quale si possa riconoscere la maggioranza.

E fare questo a Milano, città europea dalla caratteristiche di una capitale, non è facile: bisogna governare una evidente schizofrenia, l’attenzione alle buche (le piccole cose della quotidianità) e un racconto che stimoli appartenenza, identificazioni, orgoglio, fiducia. I primi passi non permettono un giudizio ma qualche preoccupazione è lecito esprimerla.

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