Associazione di promozione sociale
Thursday February 23rd 2012

C’è bisogno di lavorare!

di Massimiliano Rigon

Il mercato del lavoro è uno dei principali terreni su cui si deve misurare qualunque partito riformista. La globalizzazione dei mercati, l’accresciuta competizione internazionale, l’evoluzione e trasformazione delle realtà produttive impongono oggi un profondo ripensamento rispetto ai modelli di riferimento degli scorsi decenni. Il rischio che si corre nell’attuale contesto è quello di trovarsi disorientati, portati da un lato a inseguire vecchi schemi di comportamento, quasi a riproporre in chiave moderna le antiche contrapposizioni tra classi sociali, e dall’altro il pericolo opposto, quello di rendersi protagonisti di atteggiamenti troppo spregiudicati, che avrebbero il risultato di privare il partito della propria base sociale, che potrebbe non comprendere certe fughe in avanti.

L’unico modo per non smarrire la strada che porta all’affermazione di un moderno partito riformista è quello di lasciarsi guidare dalle due stelle polari del riformismo: accrescere l’inclusione sociale e ridurre le disuguaglianze tra gli uomini. Questi due riferimenti devono illuminare il percorso che il Partito Democratico deve compiere nel mercato del lavoro; di strada da percorrere oggi ve n’è davvero tanta, poiché molte sono le disuguaglianze nel mondo del lavoro: quelle tra occupati e disoccupati, tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi (il popolo della partita IVA), tra lavoratori dipendenti a tempo determinato e indeterminato, e tra gli stessi lavoratori dipendenti a tempo indeterminato in relazione alla dimensione dell’azienda e del settore di occupazione. Numerose sono anche le forme di esclusione sociale, prime fra tutte quelle dei giovani, delle donne e di quanti, sfiduciati dalla mancanza di opportunità di impiego, abbandonano la ricerca di un posto di lavoro. Nessuno, credo, possa negare che quelli elencati siano alcuni dei principali problemi nell’odierno mercato del lavoro.

Un partito riformista non può però limitarsi a prenderne atto e a invocare maggiore occupazione e maggiori diritti per tutti. Non può farlo perché sarebbe un appello sterile, che rischia di illudere quanti vi credono. Immaginare nei prossimi anni un mondo del lavoro in cui tutti i lavoratori si trovino nelle condizioni dei più fortunati tra i lavoratori dipendenti di oggi è francamente illusorio. Se maggiore inclusione sociale e minore disuguaglianza sono gli obiettivi, quali sono le strade da percorrere per raggiungerli? Nel suo intervento di Genova in occasione della Conferenza Nazionale per il Lavoro del Partito Democratico, Pietro Ichino indica una via. Quello da lui tracciato è un percorso, potrebbe non essere l’unico, ma non ne abbiamo visto indicare nessun altro. Ichino ha lasciato intravedere una meta raggiungibile e ha disegnato un sentiero per raggiungerla. Tale percorso si chiama “flexsecurity”. Ovviamente si tratta di un tracciato irto di ostacoli, primo fra tutti la strettoia imposta dalle condizioni della finanza pubblica, ma credo che valga la pena di essere percorso. Chi sostiene il modello della flexsecurity non vuole ridurre i diritti dei lavoratori, al contrario ritiene che la difesa del diritto al lavoro non si possa esaurire all’interno del diritto del lavoro stesso, che va in ogni caso snellito e semplificato a vantaggio di tutti: lavoratori e datori di lavoro (soprattutto stranieri). Oggi assistiamo per alcune categorie di lavoratori alla presenza di norme e prescrizioni che rappresentano vere forme di rigidità per le imprese. Allo stesso tempo vi sono altre tipologie di lavoratori per i quali non sembra esistere alcun diritto e per i quali la flessibilità è sinonimo di precarietà. Avvicinare questi due mondi dovrebbe essere una delle linee di azione nelle politiche del lavoro del Partito Democratico. Alle imprese deve essere concessa la necessaria flessibilità nel gestire tutti i fattori di produzione per far fronte alle variazioni del contesto economico in cui operano. Allo stesso tempo ai lavoratori deve essere garantita una vera rete di protezione sociale che li aiuti a mantenere i propri redditi nel periodo passato alla ricerca di una nuova occupazione. Tale rete di protezione deve valere per tutti i lavoratori e non solo, come oggi avviene, per alcune categorie. Solo in questo modo la perdita del posto di lavoro può essere interpretata come fatto quasi normale in un mondo del lavoro dinamico e non trasformarsi in una tragedia umana e sociale. A fronte della crisi di un’impresa in un settore, vi devono essere seri piani di conversione e riqualificazione dei lavoratori e non tentativi destinati a fallire di mantenere i lavoratori il più a lungo possibile aggrappati alle sorti, spesso segnate, del proprio datore di lavoro. Ovviamente, la flexsecurity non è la panacea di tutti i mali, ma dovrebbe rappresentare realisticamente un elemento di aggregazione delle forze riformiste in materia di lavoro e non un’occasione per sollevare distinguo. C’è bisogno di lavorare!

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