Associazione di promozione sociale
Saturday May 25th 2013

I referendum dei disobbedienti

di Carla Gaiani

Era dal 1995 con il quesito sulla privatizzazione della Rai che la partecipazione ai referendum non raggiungeva il quorum del  50 per cento più uno degli aventi diritto. Sedici anni dopo, nel 2011 i quattro referendum abrogativi sull’acqua, sul nucleare e sul legittimo impedimento toccano quota  57 per cento. Dall’entrata in vigore della Costituzione ad oggi gli italiani sono stati chiamati a votare per 66 referendum abrogativi in 16 diverse circostanze. I quorum raggiunti sono stati 39, quelli mancati 27. In molte occasioni le consultazioni referendarie hanno segnato autentici e decisivi punti di svolta per la storia sociale, civile e politica del nostro Paese. Fu così nel 1946 quando più di 12 milioni di italiani scelsero la Repubblica alla Monarchia. Un cambiamento politico epocale: “E’ nata la Repubblica italiana”, titolava il Corriere della Sera di allora. Fu così anche nel 1974 con il referendum sul divorzio che rivelò un’Italia laica in cui l’elettorato democristiano non seguì l’indicazione di voto della DC. Il clamore fu tale che la prima pagina dell’Unità parlò di una: “Grande vittoria della libertà: il popolo italiano fa prevalere la ragione, il diritto, la civiltà”. Fino ad arrivare ai referendum elettorali del 1991 e del 1993 che hanno avuto come scrive l’eretico Pannella, “un ruolo dirompente”, insieme ad altri importanti fattori, nel segnare la fine del “regime partitocratico” e il tramonto della Prima Repubblica. Referendum che hanno permesso ai cittadini di tracciare direttamente la rotta su di una mappa riconsegnata nelle mani della democrazia rappresentativa. Consultazioni dirette i cui effetti hanno segnato il passo, creando uno spartiacque tra un prima e un dopo della storia del nostro Paese.

La stessa cosa può valere per i referendum del 2011? Si può sostenere cioè che anche questa ultima tornata referendaria rappresenti una svolta? Dipende. Dipende da dal tipo, dal senso che si vuole dare al termine svolta. Se infatti, il quesito è quello di stabilire se le recenti consultazioni hanno prodotto o meno una trasformazione politica, la risposta è no. Perché non si è verificato un mutamento dello scenario politico attuale, perché non si è avuto un cambio di direzione in termini reali e concreti dei rapporti di forza tra le diverse parti politiche. La recente verifica parlamentare e l’approvazione del decreto sviluppo hanno dimostrato che il Governo ha i numeri per reggere ottenendo paradossalmente anche la maggioranza assoluta in Parlamento. Così come non c’è stato quel cambiamento di rotta minacciato dall’ultimatum della Lega dal pratone verde di Pontida dopo gli schiaffi presi prima dalle amministrative, poi dai referendum stessi. Non a caso infatti, la vicenda del trasferimento di alcuni ministeri al Nord si è rivelata una tremenda buffonata; il dietrofront sulla missione in Libia è stato vanificato dal prevalere del senso di responsabilità e credibilità per gli impegni assunti con gli altri Stati esteri, Stati Uniti in testa; infine, la pretesa (giusta) della riforma del sistema fiscale entro luglio sembra essere ormai ostacolata dai conti pubblici e dagli obblighi di rientro impartiti dall’Unione europea.

Diverso è invece dire che il successo dei referendum è portatore di un significato politico. L’ostracismo della maggioranza di governo, le dirette esortazioni ad “andare al mare” anziché alle urne, il silenzio delle televisioni talmente imbarazzante da far persino scomodare il presidente della Repubblica, sono tutti elementi che hanno caricato i referendum di un’intima valenza politica. Certo è che la vittoria dei sì e soprattutto il tasso di partecipazione ha mostrato come una parte degli italiani abbia  di fatto “disobbedito” agli appelli del Governo. I dati elaborati dall’Istituto Cattaneo parlano chiaro. La media nazionale di non votanti ai referendum del 2011 è stata di 23,5 punti percentuali superiore all’astensione del 2008. Le regioni nelle quali l’astensionismo aggiuntivo (ossia la differenza fra l’astensionismo in occasione del voto su questi referendum e l’astensionismo registrato in occasione delle precedenti elezioni politiche del 2008) è risultato più elevato sono state la Lombardia (30,4 per cento) e il Veneto (25,8 per cento). Se però si confrontano queste percentuali con quelle degli elettori delle politiche del 2008 si scopre che “su 100 cittadini che hanno espresso un voto valido per i partiti di Governo nel 2008, 28 hanno votato per l’abrogazione delle leggi approvate dai loro partiti”. E ancora, “su cento elettori che hanno espresso un voto valido nel 2008, il 66,5 per cento ha votato sì, il 3,4 per cento ha votato no, il 30 per cento si è astenuto”. Dati che attestano un’inequivocabile sconfitta politica della maggioranza, “la seconda sberla per il Governo“  come ha onestamente ammesso il ministro Calderoli. Risultati che marcano, per la seconda volta nel giro di due mesi, una “linea di confine”, individuano uno stacco tra “la volontà popolare e il Governo”. Una perdita di sintonia con il proprio elettorato che assume inevitabilmente un significato politico più che i caratteri di una vera e propria svolta politica. Che le cose siano andate così lo dimostra anche il fatto che ad oggi non si ha sicurezza che alle prossime elezioni politiche, i disobbedienti del centrodestra continuino appunto, a disobbedire e che quindi i voti di opinione si traducano in voti politici.

Si può altresì parlare di svolta civica dei referendum 2011? Decisamente sì. Dopo sedici anni di quorum falliti, finalmente un cambio di tendenza. Una vittoria netta della società civile in movimento. Ai movimenti sociali, ai vari comitati referendari  che pur hanno adoperato le armi del radicalismo e del populismo, va riconosciuto il merito di aver spinto la battaglia referendaria al successo coinvolgendo un elettorato largo e trasversale. Una spinta che i partiti di centrosinistra e di sinistra hanno abilmente saputo sostenere e convogliare verso il successo definitivo. Non certo senza correre dei rischi, come  quello mortale, emerso soprattutto all’inizio della campagna referendaria, di politicizzarne i contenuti riducendo il tutto all’ennesimo voto pro o contro Berlusconi. Perché quello del 12 e 13 di giugno è stato prima di tutto un voto d’opinione, un’occasione che ha permesso l’espressione di un clima di opinione forte e chiaro costruito più su impulsi emotivi che non su solide ragioni, più su passioni che interessi personali. Un’opinione pubblica quindi che è emersa sia come dizione, formata, sia come forza operante.

Ma c’è un altro tipo di svolta che si può cogliere dai risultati referendari ed è la svolta mediatica. Come già accaduto per le amministrative di Milano, il popolo del web, soprattutto quello di facebook e twitter, ha giocato un ruolo fondamentale per la vittoria elettorale. L’informazione, la notizia, la stessa opinione pubblica è appunto resa pubblica dai nuovi mezzi di comunicazione. Le tecnologie digitali contemporanee sono veloci, semplici e globali. Per un verso sono intime, disegnate per andare al cuore del “chi siamo o del chi vorremmo essere come persone”, dell’identità e delle relazioni personali; per l’altro coinvolgono i singoli nel flusso delle informazioni globali e delle azioni collettive fino a farli diventare parti attive, operanti. Un andirivieni, un “seguire e un essere inseguito” continuo e disordinato, più o meno consapevole, dal globale al locale fino al personale; uno scambio continuo, in un clic. Non devono stupire allora le parole di Ilvo Diamanti, quando afferma che “una partecipazione referendaria così alta, sarebbe stata impensabile se non avesse coinvolto altri settori della società. Il popolo della Rete, è un’elite. Giovane, colta, comsmopolita” alla quale non ci si può non rivolgere, ora non più.

Significato politico, vittoria della società civile, élite della rete sono dunque gli elementi chiave emersi dall’analisi di questi referendum. Successo referendario che coniugato alla vittoria del centrosinistra alle ultime elezioni amministrative permette di cogliere una inequivocabile visione d’insieme, molto bene descritta dall’editoriale di Emilio Russo: “non c’è nessun vento che spinge a sinistra. Lo spostamento  è verso la domanda di una nuova offerta politica”. Un messaggio forte e chiaro per il Partito Democratico.

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3 Comments for “I referendum dei disobbedienti”

  • riccardo clerici scrive:

    Disanima coerente. Il finale ripreso da Emilio Russo spinge subito il Pd ad una scelta, come dici tu.
    Il vento, cambiato o no, ha fatto una scelta ai referendum: L’acqua è un bene di tutti e senza valore economico. Il Pd ha fatto precedentemnte una proposta di legge ora ripresa dalla Lanzillotta (così mi risulta). Non importa più se la legge fosse buona o meno in qunato occorre difendere il principio che il voto popolare sia superiore a qualsiasi proposta precedente. Il Pd deve erigersi a difensore di questo anche in contrasto con la propria proposta. Se lo farà, il vento potrà dirsi cambiato. In caso contrario, il vento sarà lo stesso di questi ultimi anni: umidiccio e appiccitaticcio.
    Riccardo

  • Maurizio Mottini scrive:

    Analisi incompleta, a mio giudizio. Occorre aggiungere che le spinte populistiche, ma anche mistificanti erano presenti nei promotori dei referendum sull’acqua. L’art. 23 della legge Ronchi non si riferiva solo all’acqua ma a tutti i servizi pubblici locali. Inoltre occorre fare opera di verità: se l’acqua è un bene tendenzialmente scarso (e ancor più l’acqua potabile) è impossibile che non abbia valore economico. Insomma c’era nei quesiti una bella carica di demagogia. L’ipotesi più benevola è che il significato politico antigovernativo dell’alta partecipazione e dell’entità del si, sia stato prevalente. Il si al quesito sul legittimo impedimento è stato superiore a quello del nucleare. E solo questo giustifica la scelta del PD di partecipare e indicare il si.

  • santo scrive:

    Caro Maurizo, accetto in parte la tua critica che risponde, tra l’altro anche al commento di Riccardo. Anche perché quando nell’articolo parlavo di movimenti e i comitati referendari che “hanno adoperato le armi del radicalismo e del populismo”, intendevo proprio riferirmi a ciò che tu più esplicitamente hai sottolineato. D’altronde l’argomentazione “la base del Pd non capirebbe” usata in modo informale da alcuni esponenti del partito, non mi trova per niente d’accordo e sconfessa l’idea di un Pd realmente riformista. Sulla seconda parte del tuo commento mi permetto di ribadire che è vero che i sì al quesito sul legittimo impedimento sono stati superiori a quelli sul nucleare, (anche se la differenza è davvero lieve, siamo attorno allo 0,57%) ma è altrettanto vero che sono risultati inferiori rispetto ai quesiti sull’acqua. Sono infatti convinta che le spinte demagogiche e populiste vanno riferite sia alle tematiche dell’acqua che a quella del nucleare. Inoltre il significato politico antigovernativo coinvolge, come ho cercato di dimostrare utilizzando i dati dell’Istituto Cattaneo, anche gli elettori del centrodestra. Ora, non credo che il voto “antigovernativo” come lo chiami tu di questi disobbedienti si traduca tale e quale alle prossime elezioni politiche. Vedo più un voto d’opinione e quindi una vittoria della società civile. Per quanto riguarda il Pd dico che ha saputo in modo forse un po’ troppo spregiudicato cavalcare politicamente, per tutti i referendum e non solo quello sul legittimo impedimento, quella stessa spinta demagogica e populistica che ripeto, non ho molto condiviso.


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