di Emilio Russo
L’eresia di Maroni non si trasformerà in uno scisma: la Lega è un organismo troppo compatto perché l’appannamento del carisma di Bossi possa legittimare aspettative di successo per un’operazione politica che abbia l’ambizione di andare oltre “questa” Lega. Le esperienze precedenti, per quanto legate a nomi meno illustri ed estranei al nucleo dei fondatori, attestano l’insuccesso di qualsiasi tentativo di intestarsi un marchio rigidamente protetto dal copyright bossiano. Né Maroni si suppone possa essere interessato a replicare la confusa parabola di Fini e a innescare una dinamica che sarebbe destinata ad infoltire e a rendere ancora più eterogeneo il campo delle “forze intermedie”. Ci aspetta allora o una sfida all’O.K. Corral o una ritirata strategica in attesa di tempi migliori. Resta il problema politico segnalato dalle tensioni di questi giorni, che va oltre la collocazione della Lega nel centrodestra – a cui la cultura d’origine ha sempre rifiutato di sentirsi del tutto organica – e la valutazione dei risultati del Governo. Che consiste semmai nella crisi del rapporto che il blocco guidato da Berlusconi & Bossi ha instaurato nel tempo con la società settentrionale. Il cuneo nello zoccolo duro di alcune regioni del Nord che, insieme con il plebiscito siciliano anch’esso in discussione, ha assicurato in questi anni, al di là delle fluttuazioni elettorali avvenute altrove, la prevalenza del centrodestra, si chiama perdita di credibilità.
Un elettorato educato dal populismo imperante nella seconda repubblica e corrivo nei confronti della personalizzazione della politica, abituato a identificare i propri valori simbolici con la leadership bicipite del centrodestra, non può essere immune dalla percezione dei limiti, anche soggettivi, personali, dei due capi carismatici della Padania conservatrice, dal loro personale declino. Vi intravvede fatalmente la crisi della corrispondenza tra il proprio vissuto e l’offerta politica del centrodestra. Quei due, in realtà, appaiono agli occhi di molti che vi si avevano vista riflessa la propria soggettività, come estranei, lontani. Prima ancora che il legame con la proposta politica, con il “programma”, l’identificazione è stata il risultato di un transfert antropologico, nel quale si tenevano insieme le due facce della medaglia. Il mix della spregiudicatezza modernista di Silvio e del tradizionalismo comunitario di Umberto necessita però di una continua manutenzione, di una rappresentazione che oggi si propone come troppo stanca, troppo usurata, per essere minimamente efficace.
Lasciamo stare il vento. La metafora che ha incoraggiato lo spostamento elettorale di Milano rischia di diventare un mantra devastante. Il centrosinistra qui ha saputo rappresentare l’approdo del disincanto di alcuni e un riferimento ovvio per altri. In un contesto in cui l’esistenza del Pd, di una forza composita e persino ambigua nei suoi riferimenti culturali e nelle sue mosse politiche, è stata vista comunque come un elemento di garanzia, una presenza rassicurante, la polarità in grado di attrarre o di consolidare consensi solo in parte rappresentati nelle sue culture e soprattutto nel suo organigramma: spezzoni rimasti o ritornati “a sinistra” del vecchio mondo socialista, settori fondamentali del cattolicesimo militante legati a importanti figure ecclesiali, una parte della borghesia liberale, laica e cattolica, preoccupata per l’isolamento di Milano e della Lombardia dalle dinamiche dello sviluppo, dall’abbandono della sua dimensione europea, dal rallentamento dello sviluppo e dal corrispondente ripiegamento nei confini di una cittadella governata dagli imprenditori della paura. Ne emerge, in realtà, e non solo a Milano, l’incoraggiamento a riprendere il progetto di una forza plurale, di un baricentro solido per un campo da costruire. Non c’è nessun vento che spinga “a sinistra”. Se si insegue questo mito – troppo simile a quello del “vento del Nord” dei tempi di Parri – si rischia di essere travolti dalla tramontana, di incontrare sui propri passi una gelata simile a quella del “94. Già, del resto, nell’assenza di un chiarimento e di una risposta politica da parte del Pd, sono iniziate le grandi manovre per affermare un’interpretazione del voto amministrativo e dei referendum coincidente con l’evocazione dello “spostamento a sinistra”, per mettere il cappello su un risultato in cui l’apporto del voto “di sinistra”, e di quello dell’irrequieto Di Pietro, andrebbe invece ricondotto alle cifre reali del consenso ottenuto e alla scarsa possibilità degli stati maggiori di queste forze di orientare il voto dei loro sostenitori.
Lo “spostamento” è verso la domanda di una nuova offerta politica. La piattaforma forza-leghista è in affanno da tempo nella capacità di interpretare la fase recessiva della globalizzazione e la relativa normalizzazione dei suoi effetti. Perde la bussola quando deve fronteggiare lo stato dei conti pubblici ed escogita soluzioni – come l’ennesima riforma del fisco e come il “federalismo fiscale”, o addirittura come lo spostamento a Monza di alcuni ministeri - deboli e contraddittorie, che qui sono guardate con sospetto per i costi aggiuntivi che i cittadini presumono. Perde contatto con l’attenuazione, o con l’assuefazione, che la coscienza collettiva vive nel rapporto con i problemi suscitati dall’immigrazione. Esibisce soprattutto la propria impotenza a disegnare un perimetro di norme e di opportunità in grado di garantire la continuità di un modello sociale, fondato sull’imprenditoria diffusa, che ha perso parte della sua capacità propulsiva e forse anche la sua forza “egemonica”. E’ responsabile, più in generale, della scomparsa dei “ceti medi” (un po’ come le lucciole di Pasolini) colpiti soprattutto nelle aspettative delle generazioni più giovani e oggetto di una peculiare forma di “proletarizzazione esistenziale”. Dalle fratture di questo schema emergono pezzi di culture che vengono da lontano, si incoraggia una nuova militanza attiva al di fuori dei partiti ufficiali (dal solidarismo cattolico sempre più incline a “fare politica” alle sensibilità ambientaliste), si affermano issues talvolta parziali e anche contraddittorie che chiedono alla politica non tanto la capacità di fare sintesi disegnando schemi ideologici e indicazioni programmatiche solide ma sperimentando nuove forme di rappresentanza. Meno rigide, plurali, ma saldamente affidabili sul terreno della capacità di governo e dell’ispirazione riformista. Anche se la gente in realtà non sa o non ricorda che cosa questo termine significhi.

























