di Luciano Fasano
Mai Pontida, tradizionale appuntamento della Lega Nord, fu più rapidamente disattesa di quella di quest’anno. L’ultimatum del Carroccio, lanciato da Bossi nelle righe di una sola paginetta distribuita sul prato della città bergamasca il 19 giugno, è passato nella più totale indifferenza di Berlusconi e del Pdl. E ciò è avvenuto malgrado l’aut-aut bossiano fosse dato in scadenza con le due settimane successive. Quindici giorni concessi al Premier per dare risposte. Quindici giorni passati di un soffio senza che alcuna risposta sia mai pervenuta da Palazzo Chigi.
Queste le richieste della Lega: a) riforma costituzionale per la riduzione dei parlamentari e l’istituzione del Senato federale (circola voce dell’invio all’esame del pre Consiglio dei ministri di una non meglio precisata bozza … ci avranno messo forse una pezza?); b) decreto legge per la riduzione dell’impegno militare all’estero, con conseguente riduzione dei costi sostenuti per le missioni dei nostri contingenti (al momento, di certo c’è solo un comma della manovra finanziaria in varo che aumenta di 700 milioni per il 2011 il fondo di dotazione per le missioni militari all’estero); c) rivendicazione di due Ministeri decentrati a Monza (che, ad onor del vero, va detto non fosse contemplata nella paginetta distribuita a Pontida, sebbene sempre a Pontida sia stata sbandierata come un obiettivo fondamentale e irriunciabile): ma qui stendiamo un velo pietoso …. non pervenuta! E ancora, sempre fra le promesse (scritte o verbali) di Pontida: riforma fiscale a vantaggio delle famiglie e delle piccole-medie imprese; nuove forme di autonomia per le regioni; riduzione delle bollette energetiche; revisione del Patto di stabilità per i comuni e le province; taglio ai costi della politica; finanziamento del trasporto pubblico locale (con quali risorse, non è dato a sapersi); abolizione delle sanzioni di esazione fiscale per Equitalia).
Come agenda non c’è male, quanto meno per l’articolazione delle proposte. Ma questa check list ha forse prodotto qualche azione del Consiglio dei ministri? Ha forse trovato inquadramento nella più complessa manovra da 47 milioni di euro predisposta dal ministro Tremonti? Prendiamo il Patto di stabilità, al quale era legata la minaccia/anatema di Bossi, che sempre dal prato di Pontida ha intimato a Tremonti di lasciare stare i “nostri comuni”, se voleva avere i voti della Lega per la sua manovra. Eppure di revisioni non se ne parla fino al 2013, e un Sindaco leghista come Fontana, oggi Presidente di Anci Lombardia, ha replicato che quel traguardo è troppo in là per enti locali che faticano già a chiudere i bilanci dell’anno corrente. Al momento, però, per i “nostri comuni” ci sono solo altri tagli: 9,6 miliardi sul biennio 2013/14, che assommati ai 14,8 miliardi già previsti per il biennio 2011/12, mettono in ginocchio da subito comuni e province, ponendo una forte ipoteca sulla loro capacità di tenuta del Patto, così come sulle loro aspettative circa i possibili benefici derivabili dal federalismo fiscale. E con il federalismo tocchiamo anche l’ultimo punto dolente: definizione dei costi standard e varo del Codice delle autonomie restano due passaggi fondamentali, per completare il federalismo sia sul piano fiscale sia su quello istituzionale, rispetto ai quali l’orizzonte dei lavori del Consiglio dei ministri appare ancora francamente indeterminato.
Bene. Ma che resta, allora, di Pontida 2011, oltre che della capacità di influenza della Lega Nord sul governo Berlusconi? Nulla, tant’è che a due settimane di distanza il discorso di Bossi del 19 giugno appare come una semplice cornice di circostanza ad un pittoresco happening di militanti in festa. Sia chiaro, della quasi totale ininfluenza leghista sulle scelte recenti del governo, in una fase di profonda crisi politica ed economica come questa, non vi è certo da stare allegri. Meglio sarebbe se in maggioranza e nel governo vi fosse qualche soggetto – partito o ministro – capace di indicare una linea di azione in grado di andare oltre le preoccupazioni di Berlusconi per le proprie sorti personali.
La Lega di oggi, però, è vittima di una profonda crisi, oltre che di un evidente appannamento del proprio leader. Da un lato è costretta a subire, per mano di quel Tremonti che in passato ha rappresentato il proprio interlocutore privilegiato nel Pdl, gli irriducibili vincoli di una situazione economico-finanziaria estremamente complicata, che ne limita le capacità di azione soprattutto nei confronti di quei ceti produttivi del Nord che oggi più sono colpiti dagli effetti della crisi. Dall’altro non può fare a meno di scontare le conseguenze di un confronto democratico interno che oggi più che mai, soprattutto in prospettiva di una futura uscita di scena di Umberto Bossi, investe nella sua complessità il gruppo dirigente, opponendo alla prospettiva moderata di Maroni le ambizioni di un inner circle (Briccolo, Mauro, Reguzzoni, Sig.ra Marrone in Bossi e “trota” al seguito) che dai tempi della malattia ha sempre più condizionato da vicino le scelte del leader del Carroccio.
È assai probabile che il conflitto fra Maroni e il cosiddetto “cerchio magico” non darà seguito ad uno scisma, come osserva nel suo articolo Emilio Russo. Tuttavia, proprio le caratteristiche di compattezza della Lega intorno al proprio leader, che contribuiscono a farne una variante di “partito personale”, lasciano presagire come la scoperta da parte del Carroccio della democrazia interna possa essere accompagnata da una grave crisi di successione. Una crisi destinata ad avere forti ripercussioni, sia nei confronti della coalizione di governo, nel rapporto con quel Pdl che la maggior parte dei militanti e degli elettori leghisti ha sempre tollerato a fatica, sia sul fronte interno, rispetto alle difficoltà che potrebbero seguire all’attuazione del federalismo fiscale, qualora la pressione sul reddito delle famiglie del Nord dovesse aumentare invece di diminuire, mettendo a dura prova il partito che ha fatto del federalismo la sua bandiera. Fronti che potrebbero riservare alla Lega cattive sorprese, anzitutto da parte dei propri simpatizzanti, e che in assenza di una leadership forte e incontrastata, com’è stata per lungo tempo quella di Bossi, potrebbero creare al Carroccio seri problemi.
Ma è l’intero sistema dei partiti ad essere in sofferenza, che nel bel mezzo di una crisi economico-finanziaria dagli esiti ancora incerti si trova ad attraversare una nuova fase di transizione, dopo che quella lunga e incompiuta che ha contraddistinto l’ultimo ventennio si è definitivamente tradotta in un fallimento. E di ciò ne risente la Lega Nord, così come gli altri partiti. I fili della rappresentanza che, dopo Tangentopoli, avrebbero dovuto riannodarsi grazie ad una rinnovata struttura dell’offerta politica, in grado di ridurre la frammentazione partitica e fare dell’Italia una compiuta democrazia competitiva e dell’alternanza, si sono ingarbugliati intorno a partiti incapaci di risolvere la transizione attraverso un coerente pacchetto di riforme istituzionali. Le molteplici riforme della legge elettorale che si sono succedute nel tempo, prive di alcun legame di coerenza, hanno cercato invano di surrogare l’assenza di una riforma di sistema, delegando agli elettori quella semplificazione del quadro politico che le leadership politiche per prime avrebbero dovuto sforzarsi di realizzare.
Oggi, che quella finestra di opportunità sta forse chiudendosi definitivamente, la crisi economico-finanziaria impone un rigore nelle scelte che una classe politica incapace di realizzare il compito costituente che la storia degli ultimi venti anni gli aveva assegnato non è in grado di garantire. Questa situazione, che anzitutto concerne una crisi di legittimazione e credibilità, investe in primo luogo le forze di governo. È quindi la Lega Nord, e con essa il Pdl, prima ancora che il centrosinistra – oggi in grado di lucrare dall’opposizione – o il Terzo polo – finora privo di una precisa fisionomia –, a dover pagare lo scotto più alto di questo default politico. Ed è la Lega Nord che, al pari del Pdl, per prima si interroga sulla successione della leadership, in una complessa e difficile discussione interna, che al momento diventa anche occasione per riflettere su come rispondere al tema della rappresentanza politica di domani. Con ciò, lo scontro all’interno della Lega fra Maroni e il “cerchio magico” non si riassume soltanto in una lotta per la successione a Bossi, così come non corrisponde solo alla scoperta della democrazia interna, ma equivale all’aprirsi di una nuova partita su quali interessi, aspettative e bisogni il Carroccio intenda rappresentare in futuro. Una discussione che si fa particolarmente critica, nel momento in cui la lunga fase di governo del centrodestra che ha attraversato il primo decennio degli anni Duemila, e che ha visto la Lega alla guida del paese, sembra volgere inevitabilmente al termine.
La Lega Nord andata in scena a Pontida è l’immagine sfuocata di quel partito che negli ultimi venti anni, a più riprese, ha saputo dettare le condizioni e fare agenda setting nella discussione politico-parlamentare, così come nel governo del paese. I prossimi mesi saranno decisivi per comprendere se il Carroccio sarà in grado di tornare ad essere un protagonista della politica italiana, o se viceversa sarà destinato ad un lento e inesorabile declino.


























