Associazione di promozione sociale
Monday February 6th 2012

MM. Modernità e metropoli

di Emilio Russo

A volte dare i numeri aiuta meglio di tante perifrasi a capire che tempo fa là fuori. Fuori dalla ripetitività e dall’autoreferenzialità dei talk show televisivi e delle photo opportunities in cui tende a condensarsi  il discorso pubblico. Quelli che seguono sono solo due spunti proposti a titolo esemplificativo.

Caso numero uno. La fondazione di Franco Bassanini ha fatto qualche conto. Le somme sono drammatiche e spiegano almeno in parte le difficoltà della nostra economia. Tra il 2000 e il 2008 la spesa corrente in Italia è cresciuta del trentotto percento a fronte di un’inflazione aumentata del ventidue. Al netto degli interessi, la sua incidenza sul prodotto interno è passata dal trentasette al quarantasei. Considerando gli interessi pagati sul debito, siamo al quarantotto per cento. Nonostante il blocco delle assunzioni e l’informatizzazione (ancora insufficiente) degli uffici, i dipendenti pubblici sono aumentati del 2,5%; il loro stipendio del 36,4%. Queste cifre interessano la sinistra riformista? Abbiamo qualche idea sul da farsi?  Il problema riguarda in particolare il Pd, che, al di là delle attitudini soggettive di chi lo rappresenta, continua a baloccarsi con l’idea che la categoria politica fondamentale sia quella della “opposizione” e che per questo rinuncia ad affermare in modo autonomo il suo profilo culturale, la sua proposta programmatica, il suo carattere di partito nazionale. Aspettando che il cadavere del satrapo sia portato a valle dalle acque del fiume e rinunciando a mettere in campo da subito la sua idea di Paese, a prospettare un’alternativa che cominci a vivere nella testa e nella pancia degli italiani ancora prima che scocchi l’ora x.

Caso numero due. Un giovane ricercatore di Nomisma, Federico Fontolan,  ha messo in rete alcuni dati sulla Lombardia, con l’intento dichiarato di smentire il luogo comune che la rappresenta come “la regione più ricca d’Europa”. I dati, anche al netto delle numerose obiezioni venute alla metodologia utilizzata, sono piuttosto espliciti. La Lombardia nel 2008 per quanto riguarda il PIL era la sesta area (non la prima) ma, calcolando il PIL-pro capite, scivola al ventinovesimo posto, con un indice di 134 punti, superiore alla media dell’UE ma inferiore a quella delle regioni più sviluppate: non solo la Grande Londra (343) ma anche altre realtà, come Praga, Bratislava o diverse regioni dei Paesi Bassi. Ancora più significativa è la retrocessione da 161 punti e dall’undicesimo posto, che coincide praticamente con il ciclo formigoniano (a partire dal 1997). A riprova del drammatico rallentamento dello sviluppo che ha segnato l’economia italiana nella seconda fase della Repubblica, del declino produttivo che ha investito la Lombardia e della sterilità delle misure adottate dal governo regionale. Basta così: chi vuole può consultare direttamente le fonti. Senza catastrofismi, qui c’è del materiale concreto per ricondurre l’offerta politica dei riformisti a una cifra che non la renda subalterna alle culture di chi governa o alle pulsioni antagoniste che hanno ripreso a percorrerla.

A noi basta osservare come i temi “strutturali” siano purtroppo assenti dall’agenda della politica, dal confronto pre-elettorale di queste settimane. Ci preme sottolineare, però, due dati. Il tema della “qualità della vita” (dalle piste ciclabili in giù) è certamente degno di attenzione ma, a ben vedere, rappresenta uno scivolamento, una rinuncia alla classica impostazione riformista che tiene insieme sviluppo e distribuzione delle opportunità. Anche in termini di sistema, per quanto attiene agli aspetti immateriali e alle dimensioni legate alla qualità dell’ambiente urbano. Tocca notare, al contrario, che, di fronte alla crisi dei meccanismi della crescita, si stia perdendo di vista la necessità di pensare ai grandi sistemi urbani come a fattori di modernizzazione del sistema, rimuovendo così quello che è stato uno dei fattori principali della trasformazione dell’Italia in una moderna potenza industriale nella fase del dopoguerra. Misurandosi anche con la necessità di ridefinire i confini tra “pubblico” e “privato”, tra “mercato” e “politica”, senza complessi e senza nostalgie. Accanto a ciò, la comparazione – controversa ma oggettiva, inevitabile – tra le grandi metropoli e l’area vasta in cui è compresa Milano ripropone la questione della governance della regione, quella del suo perimetro e delle sue vocazioni. Quello che va recuperato, insomma, è un’unità di misura che non sia schiacciata nell’orgoglio municipale di una città come Milano sempre meno circoscritta dalla sua antica cinta daziaria e dalle figure sociali del suo passato. E che richiede lo sforzo di nuove categorie analitiche e di una robusta proposta di cambiamento.

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Oltre Milano

di Lorenzo Gaiani

L’avvicinarsi delle elezioni amministrative milanesi, al di là dell’ovvio significato di test politico di livello nazionale, è anche l’occasione per riflettere sugli assetti e gli orientamenti di quella che è una delle principali aree metropolitane d’Italia in un contesto in cui, a vent’anni dalla loro prima evocazione in sede legislativa con la legge 142/90 e  a dieci dal loro inserimento in Costituzione, nulla è stato seriamente fatto per dare ad esse forma e contenuto.

La questione dell’assetto istituzionale delle aree metropolitane non può essere considerato un elemento secondario, rispetto alla capacità di risolvere i problemi di coloro che nelle città vivono e soprattutto alla capacità di fare sintesi di tali problemi ed aspettative nella prospettiva di un progetto generale.

Il concreto assetto istituzionale delle singole aree metropolitane deve essere primariamente rinviato a patti territoriali da stabilirsi fra i soggetti interessati, in primo luogo le Province, i Comuni capoluogo e gli altri Comuni interessati, che successivamente siano verificati con il Governo nazionale e recepiti dal Parlamento in leggi ad hoc, così da evitare ogni concezione di tipo verticistico e non rispettosa del principio di sussidiarietà.

Non possiamo però non rilevare come nel corso di questi anni, ed ultimamente nel dibattito sui “poteri speciali” ai Sindaci in materia di sicurezza, si sia riservata agli esecutivi locali una funzione estremamente personalizzata che se da un lato ne esalta il ruolo quasi salvifico rispetto alle problematiche cittadine, dall’altro suscita false aspettative in quanto i continui interventi restrittivi sulle finanze locali rendono estremamente complesso garantire l’esercizio della funzioni che vengono delegate dallo Stato. D’altro canto, la recente sentenza della Corte costituzionale che ha fatto a pezzi il “pacchetto sicurezza” varato dal Governo Berlusconi con grande fanfara propagandistica nell’estate 2008 ha dimostrato come molte di queste disposizioni, già inefficaci nella loro applicazione (come si è visto in particolare a Milano), non sono nemmeno rispondenti ad una giusta suddivisione di compiti nell’architettura istituzionale del nostro Paese.

Evidentemente alla centralizzazione di determinate funzioni, connessa alla esigenza di un governo più penetrante delle problematiche di area vasta, deve corrispondere un parallelo decentramento di organismi che, sciogliendo la contraddizione derivante, nella realtà milanese, dall’assoluta centralità del Comune capoluogo su di una seria di questioni , dall’assetto territoriale alla gestione dei servizi sociali, alla raccolta e allo smaltimento dei rifiuti, al sistema dei trasporti locali, che pur interagendo pesantemente con un’area territoriale che va ben oltre i confini attuali della Provincia di Milano, assume decisioni che hanno ricadute su tale area vasta in nome del proprio ristretto interesse municipale.

E’ chiaro che il presupposto di base di un corretto funzionamento della città metropolitana sotto il profilo istituzionale è quello di una chiara suddivisione di rapporti fra i diversi soggetti interessati: peraltro, essendo il nostro il Paese dei mille campanili, tale suddivisione dovrà comunque fare i conti con le resistenze di ordine localistico oltre che con le consolidate e misoneistiche corporazioni  formate dalle burocrazie e dalla classe politica degli Enti interessati. In ogni caso, non potendo in tutta evidenza un sistema politico democratico agire con i metodi autoritari e coercitivi di cui si servì il fascismo per liquidare i Comuni della periferia dando vita alla Grande Milano nel suo assetto attuale, gli strumenti concertativi si renderanno da subito necessari per contemperare le esigenze dei diversi territori con quelle di un governo metropolitano insieme efficiente e rappresentativo.

Due sono le strade possibili: da un lato vi è quella minimale di mantenere gli assetti istituzionali così come sono – Provincia, Comune capoluogo, Comuni del forese- ampliando le funzioni degli strumenti concertativi e consortili già esistenti, in particolare sulla gestione del territorio e dei servizi integrati, con l’avvertenza che la legislazione regionale lombarda, di stampo nettamente centralistico (e qui bisognerebbe aprire una riflessione sul federalismo fasullo di una destra che in quindici anni di governo regionale ha sistematicamente mortificato le autonomie territoriali su tutta una serie di questioni capitali), attraverso il depotenziamento dei Piani territoriali di coordinamento e l’abolizione degli ATO, ha posto dei limiti sostanziali all’autonomia dei territori che richiederebbero perlomeno sostanziosi correttivi a numerosi atti legislativi, correttivi di difficile realizzazione nelle condizioni date.

La seconda strada è la più radicale, e passa di necessità per l’elaborazione ed approvazione di una legge nazionale istitutiva della Città metropolitana milanese, che ne sancisca l’eccezionalità rispetto alla legislazione regionale lombarda nei campi sopra indicati. Evidentemente la nascita di questo nuovo Ente presupporrebbe l’abolizione della Provincia ed il trasferimento delle sue funzioni in parte alla Città metropolitana ed in parte ai Comuni metropolitani, ridefinendo nel contempo le funzioni di tali Comuni e forse anche i loro confini, ed incoraggiandone l’aggregazione su base circondariale in modo da dare rappresentanza specifica ai territori che presentano tratti omogenei sotto il profilo territoriale, economico e sociale. Sotto questo profilo va rilevato per transenna che la precedente Amministrazione provinciale milanese aveva avviato un percorso metropolitano anche attraverso l’adozione di un Regolamento dei circondari, percorso che è stato rapidamente accantonato dall’attuale Giunta che ha rapidamente disfatto tutti i progetti e gli accordi locali messi faticosamente in piedi nell’arco di cinque anni.

Ma nemmeno un’architettura istituzionale perfezionata potrebbe risolvere il problema principale della città di Milano, che è quello di non avere da troppo tempo a questa parte un ceto politico all’altezza della situazione.

Basta scorrere le biografie dei Sindaci dalla Liberazione in poi per rendersi conto di ciò: dal 25 aprile 1945 si sono succeduti a Palazzo Marino un grande avvocato (Greppi), un valente medico tisiologo (Ferrari), un ingegnere ex Rettore del Politecnico (Cassinis) ed un oncologo di fama mondiale (Bucalossi) : da qui in poi le cose cambiano perché i quattro Sindaci successivi – Aniasi, Tognoli, Pillitteri e Borghini- pur non essendo ascrivibili alla categoria del funzionario di partito (con l’eccezione di Borghini) erano comunque persone che della politica facevano il centro della loro vita e non un elemento complementare rispetto alla vita professionale come i loro predecessori. Già questo , prescindendo da ogni giudizio di merito sull’attività dei singoli Sindaci, è comunque indicativo del progressivo arroccamento dei partiti e della diffidenza reciproca che si instaura fra di essi e la società civile.

Non che con l’introduzione dell’elezione diretta le cose siano andate meglio: dal 1993 ad oggi si sono infatti succeduti un pensionato irascibile (Formentini), un padroncino nevrotico (Albertini) ed una signora genovese che ha azzeccato un buon matrimonio (Letizia Brichetto Moratti). Soprattutto, quel che colpisce di questi tre Sindaci è il fatto che tutti loro si siano presentati per quello che non erano: sicché Formentini passava per essere un grand commis ed era un capufficio, Albertini si presentava come un capitano d’industria ed era un burocrate confindustriale, la Brichetto Moratti infine si atteggia a manager globale ed è in sostanza solo la moglie di uno dei principali contribuenti milanesi.

Non si tratta qui di ripetere lo slogan trito e ritrito di una società civile che è migliore dei partiti, perché non è vero: si tratta piuttosto di prendere atto di una separatezza fra coloro che stanno nelle istituzioni e quelli che stanno fuori che sconfina spesso nell’indifferenza, nell’ estraneità, nel disagio per una delega che diviene una sorta di carta bianca ad un ceto politico insieme autoreferenziale e dipendente da centri di potere extrapolitici nemmeno tanto occulti. A ciò si aggiunga l’umiliazione sistematica delle assemblee elettive, sostituite nemmeno dagli esecutivi ma dagli organismi informali che circondano i capi degli esecutivi e che assumono la forma dei veri decisori.

In questo senso, vincere le elezioni, per quanto complicatissimo, è assai meno arduo per il centrosinistra milanese (e non solo) che non invertire la tendenza di un’antipolitica che scava il suo nido nel cuore stesso della politica istituzionale.

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Ritornare ad essere una capitale

di Filippo Di Gregorio

In qualsiasi modo la si voglia chiamare, (ex?) capitale morale, capitale economica finanziaria, laboratorio politico o culturale, la città di Milano ha sempre rappresentato, per chi l’osservasse a distanza, da provinciale, per intenderci, marginalizzato, tanto attratto da essa quanto pronto a contestarne ogni pecca, un osservatorio privilegiato per misurare la temperatura politica di un paese vasto e disomogeneo.

In essa hanno preso il via le prove politiche del riformismo socialista, a inizio del Novecento, con la scuola sociologica del positivismo di Ferrari, e successivamente qui ebbe il proprio centro propulsore l’esperimento politico mussoliniano del Fascismo, e poi, a guerra finita, il ritorno dell’industrialismo e del riformismo cattolico, o di quello socialista, culminato nell’esperimento craxiano. Per conoscere, infine, il fenomeno giudiziario di Tangentopoli, la fine di un’intera classe politica nazionale, che a partire da Milano venne debellata, seguito dall’ascesa del berlusconismo come fenomeno politico, dopo che già s’era affermato con l’esperimento culturale delle proprie televisioni private.

A Milano qualcosa nacque, e a Milano trovò la propria fine.

Lapalissiano: qui vicino (Monza, 1900, autore l’anarchico Gaetano Bresci) fu ucciso il capo dello Stato italiano, quel Re Umberto accusato d’aver coperto istituzionalmente le repressioni antioperaie di fine Ottocento. Da Milano iniziò la fuga di Mussolini, assai breve, invero, fino a Dongo, Como, che lo portò alla esecuzione e quindi al mesto ritorno di Piazzale Loreto. Inutile dire di Mario Chiesa,  il mariuolo che condusse Bettino Craxi a un esilio umiliante. E memori di questa casistica, ad ogni elezione, da qualche anno ad oggi, noi si guarda a Milano come al luogo in cui, prima o poi, si manifesterà la chiusura della parabola berlusconiana: sic transit gloria mundi.

In effetti, i tempi per uno stop, quanto meno parziale, dell’iter berlusconiano sono maturi: e per la scelta infelice di riconfermare la sindaca uscente Letizia Moratti, indifendibile sul piano amministrativo, e perché la crosta ideologica del berlusconismo, che pure da Milano promanava in quanto ideologia, è sempre meno rispondente alle trasformazioni sociali e culturali che proprio al di sotto di essa si sono manifestate con rapidità negli ultimi anni.

Ma se una ragione ha fondato, e fonda, ancor oggi, a pochi giorni dal voto, questa speranza “da sinistra”, essa risiede nella novità politica fondamentale che ha permesso la formazione di uno schieramento unito nel centrosinistra: il modo con cui si è giunti alla consacrazione di un candidato sfidante della sindaca uscente, le elezioni primarie che hanno portato alla scelta di Giuliano Pisapia.

Grazie a questo strumento di selezione del candidato sindaco, il discorso politico è stato rimesso alle scelte dell’elettorato del centro sinistra, a quella società civile milanese che, come scrive Barbara Spinelli, a Milano ha sempre prevalso sulla società politica, anche nella sua versione di destra e berlusconiana.

Siamo quindi oggi in attesa di capire se questa mossa politica, l’affidarsi agli elettori delle primarie, che ha dato forza a un candidato sindaco per essere il candidato di tutti, e non solo delle segreterie dei partiti, sarà in grado di segnare un nuovo inizio per il riformismo a Milano. Con un sindaco che sappia esprimere il sentimento di un vasto schieramento, senza perdere però la propria natura di esponente di un ceto medio riflessivo affidabile e credibile.

Ora la parola è al sovrano, che ci dirà se il modello Milano sia ormai affidabile per il riformismo in tutta Italia o se il laboratorio politico milanese dovrà ancora provare nuovi espedienti da testare sulla più difficile piazza politica italiana.

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Il populismo della Brichetto

di Carla Gaiani

Ci mancava solo il colpo sotto la cintola sferzato da Letizia Brichetto al candidato sindaco di centrosinistra Giuliano Pisapia. Inaspettato. Avevamo sempre visto la Brichetto composta, posata, mai con un capello fuori posto, sempre cotonata persino quando in posa per i manifesti della campagna elettorale indossa l’elmetto. Aggraziata, con la voce pacata e un po’ troppo monotonica che sembra indurre a pensare ad altro non appena si supera la soglia d’ascolto dei dieci minuti, donna Letizia ha sempre dato l’impressione di essere una gentil signora, capace di movenze sobrie e parvenze morigerate, di una certa classe. Poi accade quello che non ti aspetti. Un atteggiamento scomposto, una sbavatura sullo strascico della campagna elettorale e la first lady di Milano tira fuori le unghie affilatissime. A Pisapia l’amarezza di saggiarle. Si sa, siamo in campagna elettorale e la posta in gioco è molto alta. Non sola la conquista di Milano, capitale finanziaria del nostro Paese, città della cultura e della moda, ma anche di quel qualcosa in più destinato inevitabilmente a riflettersi sul piano nazionale, perché come scrive Giacomo Schiavi sul Corriere della Sera “c’è sempre qualcosa da leggere nel voto di Milano”.

Ma, diciamolo con franchezza, ha procurato una certa impressione vedere gli ultimi minuti al veleno del faccia a faccia televisivo milanese andato in onda su Sky. Un confronto che ha visto i contendenti discutere primariamente di sicurezza, di periferia, di immigrazione. Come se Milano fosse solo questa; un dibattito privo di una veduta prospettica, di un orizzonte ampio al quale affidarsi per rilanciare il cambiamento. Con un sindaco uscente che non ha nemmeno sentito l’esigenza di respingere l’immagine che intanto prendeva forma, di una città, da lei fino ad ora governata, in stallo, ripiegata su se stessa, quasi limitata, come se si esaurisse lì.

Poi lo scivolone, una caduta di stile con quel fendente subdolo, studiato a tavolino, del tutto in sintonia con i toni aggressivi della campagna di Berlusconi e dei falchi del Pdl, inaugurata dal manifesto dello sciagurato Lassini a cui donna Letizia ha saputo opporre dapprima solo una flebile contestazione per poi sposarne la linea aggressiva.  Un colpo inferto proprio al termine della disputa televisiva per sorprendere e stordire l’avversario messo così alle strette, nella condizione di non poter più usufruire nell’immediato, del tempo a disposizione per replicare.  “L’amnistia non è l’assoluzione”, sentenzia dall’alto la Brichetto dimenticandosi (sic!) però di dire che l’avvocato Pisapia fece a suo tempo ricorso venendo assolto con formula piena per non aver commesso il fatto. Dettagli ritenuti di poco conto o scarso approfondimento, sta di fatto che qualcuno l’ha male informata.

Dell’attacco, più di tutto, colpisce la strumentalizzazione, la maniera scorretta con cui la lady di Milano ha letteralmente spiaccicato in faccia al suo contendente un passato di fatti parziali facendo valere peraltro solo alcune mezze verità e omettendo, deliberatamente o meno, di narrarne l’intera vicenda. Si coglie la mancanza di rispetto dell’avversario politico tornato ad essere il nemico da sconfiggere ad ogni costo; la radicalizzazione dello scontro prepotentemente iniziata e voluta dal presidente del consiglio. Dov’è il limite politico oltre il quale non si è più in competizione ma in  “guerra continua”; qual è il confine al di là del quale non c’è più un vero dibattito politico, non ci si confronta più sui progetti, sulle piattaforme programmatiche, sulle proposte e i temi aperti per il futuro della città? E quanto si è disposti a spingersi, a mostrare i muscoli e serrare le mascelle pur di marcare il territorio e  mantenere il potere acquisito? In tutto questo pettegolare, vociare e insultare, i contenuti e la visione d’insieme di Milano sembrano stare ai margini, fare da sfondo al dibattito politico. Si preferisce buttarla in polemica o dare una piega nazionale alla campagna in atto.

E pensare che qualche ora prima del confronto televisivo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel corso di un evento celebrativo dei 150 anni dell’Unità d’Italia al Quirinale, aveva rilanciato l’appello a far sì che “la lotta politica non sia una guerra continua e ci sia rispetto tra le parti che fanno politica e che competono per la conquista della maggioranza alle elezioni».  Detto,  fatto. Il contrario! “Un frontale”, una Moratti prigioniera della sua stessa trappola; una zampata finale che sa già di grave errore politico e che avrà come conseguenza diretta quella di far allontanare ancora di più gli indecisi moderati dal voto.

Resta da prendere in considerazione il significato intimo di tutta questa vicenda. La rilettura degli avvenimenti di quest’ultimo scorcio di campagna elettorale tradisce in maniera chiara i sintomi di un’intrinseca debolezza e malcelata fragilità di un centrodestra milanese intimorito di poter perdere, questa volta davvero, una delle sfide politiche più importanti, se non la più importate, per l’Italia del domani. Anche le mamme dei supereroi a volte scivolano correndo in questo caso il rischio di togliere i vestiti del re al quale ci si aggrappa per non cadere, cosicché qualcuno possa magari gridare: il re è nudo!

PS. Che poi la candidatura di Pisapia avesse il marchio di una prolungata militanza nella sinistra radicale e lo stigma degli eccessi di una generazione politicamente sovreccitata era cosa che si sapeva fin dall’inizio. La sua affermazione era stata, comunque lo si voglia dire, il segno della debolezza e delle divisioni del Pd. Il fatto che, nonostante questo imprinting, Pisapia, anche grazie ad una campagna elettorale discutibilmente minimalista, abbia fatto del tutto per accreditarsi come un candidato “moderato” e che ci fossero segni che il suo appeal si estendesse anche a settori importanti della borghesia milanese (come conferma, tra gli altri, il commento di Piero Bassetti) deve essere stata la molla fondamentale che ha indotto Berlusconi prima e la Brichetto poi a passare il Rubicone del buon gusto e a dare fondo a tutti gli espedienti del peggior populismo.

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Editoriale

In questo numero  tentiamo di dire anche noi qualcosa di originale sull’anniversario dell’Unità. Nel giorno di una ricorrenza che ha coinvolto gli italiani molto al di là delle aspettative e di una festa che i nostri connazionali  hanno mostrato di aspettarsi, il presidente Napolitano ha coniato  un parallelismo tra il nostro Risorgimento e il “Risorgimento arabo”, sollecitando la comunità internazionale a mobilitarsi per il sostegno delle masse in rivolta nella vicina Libia. L’appello, sia pure in modo tardivo, è stato raccolto. Sono stati altri, però, a muoversi per primi, trascinando l’Italia in una solidarietà più subita che spontanea. Il governo italiano ha mostrato, nella circostanza, un profilo incerto, condizionato dalla riluttanza del suo leader a operare un revirement che, in effetti, stride con l’omaggio vergognoso riservato al dittatore libico soltanto pochi mesi fa e dall’opposizione strisciante della Lega. Che, in qualsiasi paese normale, avrebbe provocato una crisi di governo.

In queste ore, nei cieli della Libia è guerra. Una guerra diversa dalle battaglie del Risorgimento italiano, ma che trova una giustificazione morale, oltre che politica, nello stesso humus di valori che ispirarono le lotte di liberazione del XIX secolo: la libertà, il rispetto della dignità umana, l’autodeterminazione dei popoli e, almeno in alcune componenti, la democrazia. Attenti, però, a non lasciarsi travolgere, per il passato e per l’oggi, da una retorica tributaria di un discorso pubblico distante dal “nostro”. Il lessico riformista, sia pure a fatica e con il peso di una strumentalità che richiama intenti polemici verso il separatismo leghista e il “disonore” nazionale provocato dal premier, si è misurato con un certo successo, grazie soprattutto a uomini come Ciampi, Amato e Napolitano, con l’esigenza di esprimersi sulla vicenda nazionale. Anche se ha davvero molta strada da compiere ancora, per leggere in modo più riflessivo alcuni dei momenti topici della nostra storia, dai caratteri dello Stato liberale alla natura del fascismo come “dittatura moderna”, all’individuazione di periodizzazioni meno ideologiche e meno schiacciate sulla lettura canonica della vecchia sinistra e altro ancora.

I democratici sembrano invece più in difficoltà a parlare della guerra. Non perché non siano riusciti ancora a metabolizzare il dibattito sulla “guerra giusta” che ebbe Norberto Bobbio tra i suoi protagonisti, ma, al contrario, per il fatto che la sua narrazione rischia di apparire troppo subalterna rispetto alla rappresentazione “televisiva” e “muscolare” dei conflitti in corso. Rispetto alle tensioni presenti nell’area democratica all’indomani del crollo del Muro, a partire dalla prima guerra del Golfo, oggi la guerra, nello spirito pubblico ma anche nel centrosinistra,  sembra riportata a una dimensione emotiva quotidiana, ordinaria. Complici la sovrapposizione dei teatri poco chiara agli occhi della gente, la guerra tecnologica, il professionismo che esonera i coscritti dal rischio di coinvolgimenti diretti, la spettacolarizzazione degli scontri, tanto simili a moderni videogiochi. Un’anestetizzazione dell’opinione pubblica che, ad esempio, fa scivolare indietro nei titoli dei telegiornali anche i caduti italiani in Afghanistan, fateci caso. Ma la guerra è pur sempre una guerra, e i morti che vediamo nei servizi televisivi sulla Cirenaica sono morti veri. Così come la leggerezza con cui ci investiamo del ruolo di giustizieri non può fare velo ai sospetti che, nella frenesia di Sarkozy, giochi davvero il riflesso condizionato del vecchio paternalismo coloniale dei francesi, e che, nell’accelerazione della decisione di intervenire, pesi anche la recentissima drammatizzazione del problema energetico dopo il disastro nucleare in Giappone.

Intendiamoci: l’intervento in Libia muove da buone ragioni. Cattive sono, semmai, quelle che si richiamano a ragioni di opportunità, motivate soprattutto con argomenti sulla sua convenienza economica. Che hanno il torto di non cogliere la stretta compenetrazione tra i principi (liberali) e l’economia di mercato ma soprattutto sono viziate da una grave miopia rispetto alla realtà attuale dell’economia stessa e del suo rapporto con le scelte politiche. In realtà, è proprio e prima di tutto sul terreno della politica internazionale che si costruiscono l’ egemonia – o quanto meno il posizionamento fondamentale- di una corrente politica e il ruolo di un Paese. La stessa affermazione dei moderati nel Risorgimento italiano è lì a dimostrare la verità di questo assunto, così come il primato della DC nel dopoguerra, mantenuto grazie all’ ancoraggio all’Occidente garantito all’Italia. Una consapevolezza che sembra assai debole nel PD di oggi, se è vero che, nelle mozioni dell’ultimo congresso, lo scenario mondiale ed europeo costituiva il capitolo rimasto nella penna.

Oggi i riformisti hanno una straordinaria occasione per dire la realtà con parole proprie. Intanto piegando davvero il ricorso, sempre drammatico per noi, alla forza, ad un atto finalizzato a favorire un assetto  democratico dei Paesi che si affacciano sulla sponda meridionale del Mediterraneo e a promuovere la loro integrazione in una nuova comunità che comprenda, insieme, l’Europa continentale, l’Africa mediterranea e un Medio Oriente pacificato. Un quadrante che ha proprio nell’Italia la sua spina dorsale. Ed è proprio dall’Europa che dovrebbe nascere la proposta di un patto, di uno scambio tra democrazia e sostegni economici, di un’equa compartecipazione delle aree ricche di idrocarburi ai benefici dello sviluppo dell’area stessa e delle economie dei paesi industrializzati. Da noi dovrebbe partire lo sforzo di favorire il decollo delle economie del Maghreb in cambio della riduzione delle ondate migratorie verso l’Europa,  l’impegno a qualcosa che assomigli insomma ad un nuovo Piano Marshall, con le idealità e il pragmatismo di quello. E’ bene sapere che probabilmente ci troviamo davanti a un bivio decisivo: l’allontanamento ulteriore di un mondo a noi vicino, l’aumento di un’ostilità magari sorda ma comunque pericolosa nei nostri confronti, oppure l’allargamento dell’area della democrazia e dello sviluppo e la sperimentazione di una partnership che potrebbe portare a rivedere anche i concetti della geopolitica a cui siamo abituati.

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Questitalia. Da dove ripartire

di Maurizio Martina, segretario Pd Lombardia

“Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani” disse Massimo D’Azeglio. Ma oggi, a ben vedere, forse si azzarderebbe a dire l’esatto contrario: gli italiani ci sono, è l’Italia a mancare. Possiamo parlarne? Sarà pure una provocazione ma è l’opinione di molti in questo tempo, a pochi giorni dal 17 marzo data simbolo del centocinquantesimo dell’Unità del paese. Il fatto è che anche questa occasione rischia di essere sprecata. Eppure avremmo bisogno di aprire un discorso, il più sincero possibile, sul nostro futuro. Troppi fatti portano a dire che il rischio che corriamo è quello di un lento sgretolamento. Qualcuno l’ha chiamata acutamente “secessione dolce” ma di gustoso ha ben poco. Le distanze, non solo territoriali, sono aumentate vertiginosamente. Le incomprensioni reciproche pure. Non è solo una questione di economie e sistemi territoriali differenti. Investe cambiamenti sociali e persino antropologici. Anche in senso generazionale se si pensa ai giovani italiani: precarietà di vita sempre più estrema, immobilità sociale e un debito pubblico che pesa per circa 80mila euro su ciascuno di loro. La curva demografica ci dice che saremo sempre più vecchi ma continuiamo a sprecare enormi risorse pubbliche senza concentrarci sui “fondamentali” a partire da educazione, ricerca e innovazione. Nonostante tutto, gli italiani quando si muovono e si danno da fare nel mondo fanno cose straordinarie. Ma a casa nostra stiamo smarrendo il senso di una prospettiva comune, lo sappiamo, ma non facciamo molto per aggredire il problema. Per questo dico che non ci può bastare ricordare il 1861 in forma retorica. Serve, e in fretta, un nuovo discorso sulla nostra statualità e su come stiamo insieme. Un’altra idea del paese. Quella che abbiamo avuto sino a qui ci ha fatto crescere e negli anni ha riscattato buona parte degli italiani dalla fame e dalle miserie. Ma non basta davvero più. Oggi, ma soprattutto domani, non sarà sufficiente a garantirci prosperità e benessere diffuso. Da dove ripartire allora? Scorciatoie, purtroppo o per fortuna, non esistono. Occorre la fatica delle riforme. Riforme dello Stato accompagnate a riforme sociali. Il tema è quale Stato nell’era della globalizzazione delle persone, delle cose e delle informazioni. Dove tempi e luoghi assumono significati diversi dal passato. Dove lo spazio europeo dovrà essere sempre di più la prima dimensione della cittadinanza. Dove il nostro ruolo essenziale di cerniera tra l’Europa e il Mediterraneo ci caricherà di opportunità e problemi inediti come sta già accadendo di fronte ai fatti storici di queste settimane.  Anche per tutto questo, non possiamo rimanere fermi tra l’esasperazione del locale e le incognite del globale. Serve una profonda riorganizzazione delle nostre fondamenta per costruire realmente un’Italia federale. Per riconnettere autonomia, responsabilità e solidarietà efficiente. Occorre utilizzare il federalismo (quello vero) come chiave di volta per produrre nuova coesione e per riposizionare in termini competitivi il paese nel vecchio continente. L’Italia federale nell’unità europea. Diversamente credo che le nostre fratture siano destinate ad allargarsi. Sia chiaro, parlo di riforma federale in senso pieno, non di specchietti per le allodole utili solo alla propaganda leghista. Avanti così e il cambiamento federale dello Stato non andrà da nessuna parte, ripiegato com’è sulla manovra politica di giornata. Ci abbiamo messo più di vent’anni per far nascere le Regioni e credono di svoltare sulla via della riforma a colpi di decreti aperti a qualsiasi trattativa? Non scherziamo. E che federalismo è quello che nello stesso tempo adotta per Roma Capitale disposizioni straordinarie e non tocca nulla delle particolarità, sempre più insostenibili, delle regioni a statuto speciale? Ci sono molti vizi italiani in questo modo di procedere, altro che Padania. Invece, avremmo bisogno di affrontare senza infingimenti i nodi profondi dei cambiamenti necessari: riforma fiscale, Carta delle Autonomie, fine del bicameralismo perfetto e Senato federale. Riorganizzazione della pubblica amministrazione e della giustizia a partire da quella civile. E parallelamente riforma del vecchio welfare assumendo subito l’obiettivo di un rapido riequilibrio generazionale e di genere. Può una parte sola disegnare questo cambiamento e portarlo a compimento? Penso proprio di no. Di sicuro non lo può fare questo governo.  Non dimentichiamoci che mentre la riforma del Titolo V della Costituzione apriva la strada concreta al federalismo, in quel campo hanno predicato prima la secessione e poi la devolution. Tutte operazioni fallimentari come sappiamo. Sulla riforma dello Stato, a centocinquant’anni dall’Unità del paese, è il Pd che può lanciare la sfida del cambiamento. Abbiamo le carte in regola per essere protagonisti di questa svolta. Vogliono discutere di vero federalismo regionale? Noi ci siamo con proposte chiare ma niente trucchi propagandistici che poi lasciano sul campo solo problemi, come già si è visto sul decentramento demaniale e sui comuni. La verità è che oggi avremmo bisogno di un’autentica fase costituente. In fondo, dopo la caduta del Muro di Berlino e dopo tangentopoli, questo paese non si è mai guardato seriamente allo specchio. Solo l’aggancio alla moneta unica europea, grazie al centrosinistra, può essere degno di nota nella storia recente perchè fu l’ultimo tempo di una stagione di responsabilità nazionale che poi abbiamo smarrito. Oggi è ancora in questo sforzo per l’Italia la ragione profonda del Pd. Altro che guardarsi l’ombelico. A quest’altezza va rilanciato il confronto con le altre forze politiche. Per andare oltre il berlusconismo battendolo definitivamente sul piano politico. Per costruire finalmente la nuova Repubblica. E ripartire.

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Sorelle d’Italia

di Carla Gaiani

Dicono molti storici che reperire documenti che testimonino l’attività delle donne nell’età risorgimentale è un esercizio pressoché difficoltoso. Colpa soprattutto del maschilismo dominante, figlio della società di quel tempo,  capace di oscurare e marginalizzare, di collocare dietro le quinte il contributo all’Unità e più tardi, alla costruzione dell’identità nazionale,  delle “Sorelle d’Italia”. Tuttavia una lettura minuziosa dei carteggi ci restituisce un Ottocento risorgimentale in cui le donne prendono parte attiva al processo fondativo del nostro Stato nazionale. Sulla base di studi recenti, soprattutto nel sud sulle vie dell’esilio, le figure femminili “diventano le quinte colonne degli emigrati”, la garanzia di una rete di scambi interni ed esterni, e di relazioni con il Sud,  che di fatto pone le basi di una sorta di primordiale comunità di rete, per certi versi “virtuale” come si direbbe nel gergo di oggi: “un grande gioco di squadra  in cui donne e uomini furono egualmente, anche se in forme diverse, soggetti attivi” (Laura Guidi).

I diari, le memorie, le fonti di polizia, le lettere che conducono alla vita quotidiana e privata degli emigrati di allora, rivelano quella  che è stata definita una fase “d’eccezione” nelle relazioni uomo-donna. Da una parte, gli uomini  costretti all’esilio vengono di fatto spogliati dei diritti e dei doveri, delle consuetudini di quel tempo; denudati dei “molti appannaggi della loro virilità”. Dall’altra, le donne, meno in vista e per questo più in grado di mimetizzarsi, conservano invece la possibilità di restare nel Regno del Sud, di spostarsi al suo interno, di raggiungere i loro uomini in esilio, di avere contatti con i detenuti e maggiori possibilità di mediare con le istituzioni borboniche. Inoltre le figure femminili ricoprono un ruolo decisivo soprattutto nel provvedere alla condizione economica degli emigrati stessi. Lasciate sole,  si trovano infatti a dover amministrare i beni di famiglia e a difendere quelli colpiti da sequestro, a reperire il denaro contante, a gestire con pieni poteri il patrimonio finanziario di familiari o di amici fidati costretti ad allontanarsi. Molti dei compiti spettanti abitualmente e in modo esclusivo alle figure maschili vengono di fatto assunti dalle figure femminili. Le donne vengono “caricate del peso di nuove responsabilità ma al tempo stesso investite di una inconsueta autonomia. Gli uomini dipendono più che mai da mogli e sorelle, perfino dalle zie, così come da amiche influenti e generose”.  Una fase dunque di eccezionale autonomia femminile, e, per converso, di debolezza e di dipendenza maschile che,  tuttavia,  con l’avvento della svolta unitaria, giunge al termine. “Ruoli e spazi di genere vengono ridisegnati e normalizzati. Già nel corso della II guerra d’indipendenza, i perseguitati di ieri diventano protagonisti di una rinnovata scena pubblica. La nuova nazione, fin dal suo nascere, traccia precise linee di demarcazione tra spazi pubblici rigorosamente maschili e ambiti semi-pubblici che cautamente si aprono ad esigue minoranze di donne (borghesi e colte): donne “eccezioni”, donne “virili”, cui sarà consentito l’accesso alle politiche sociali, alla carta stampata, al campo dell’istruzione”. (Laura Guidi)

Occorre però prendere in considerazione un altro aspetto cruciale del rapporto tra costruzione dello Stato italiano e ruolo delle donne. Il Risorgimento insieme sinonimo di unità, di libertà dallo straniero, di balzo in avanti verso la modernità,  viene concepito come un progetto, un’idea  di rigenerazione politica, sociale ed economica ma anche morale e civile. Ed è lungo quest’ultimo asse che viene ripensata e ricomposta la figura femminile. “Nella lettura di lungo periodo della storia italiana, ogni fase di grande rottura politica è una fase nella quale si invoca sempre una riforma morale” (Simonetta Soldani). Gli uomini e le donne italiani sono quindi chiamati in maniera differente ad essere protagonisti del loro tempo contribuendo alla rinascita della nazione appena compiuta “contro la vecchia decadente società aristocratica”. Quella che si vuole costruire è una nazione diversa, non più fondata, sul piano del nucleo sociale di riferimento, sulla “famiglia aristocratica” ma su quella “affettiva”. Il compito delle donne in questa fase diventa allora quello di stare in casa ad educare i figli (anche non propri), e più in generale le nuove generazioni, alla nazionalità, alle idee di progresso, di libertà, di modernità, di patria, di Italia. Le donne vengono quindi chiamate a dare il loro contributo al compimento dell’Italia in qualità di “educatrici del futuro”. Questo modello sociale ricolloca le “sorelle d’Italia” in una sfera totalmente distinta e separata rispetto a quella degli uomini. Per le donne di allora, essere  buone italiane significa essere “buone madri educatrici”;  un’educazione differenziata per i maschi e per le femmine,  capace però di proiettare in loro la consapevolezza del senso di  appartenenza non solo alla famiglia ma anche e soprattutto alla patria. In ambiti diversi e separati, tutti devono partecipare al benessere e alla ricchezza del Paese.

Da queste considerazioni emerge come già a partire dall’Unità d’Italia e per i successivi due decenni, si realizza una più forte costruzione identitaria di genere. Esistono delle evidenti e sempre più crescenti “differenze tra maschi e femmine nel modo di essere dentro lo Stato e dentro la Nazione”. E’ infatti in questi anni che si crea una sorta di complementarità tra uomini e donne in rapporto ai concetti di Stato e Nazione:  “La donna contribuisce al progresso della Nazione, ma con lo Stato non ha nulla a che fare”.  E ancora: “la politica per le donne,  scrive nel 1880 il giurista Gabba , consiste nel “patriottismo e nell’amore del prossimo”. D’altronde anche l’uso dei termini Patria e Nazione, (il primo inteso come terra dei padri e quindi collegato alla virilità maschile; il secondo riferito alla genealogia della discendenza identificata con la nascita che comprende insieme uomini e donne) rimarca una differenziazione di ruoli di genere nella costruzione dello Stato che diverrà col passare del tempo, sempre più rigida e sclerotizzata; sempre più disuguaglianza.  Lo Stato che si viene via via costruendo con tutte le sue articolazioni funzionali e territoriali, assume dunque un’identità sempre più maschile. “Il maschile diventa lo Stato”.  Al genere femminile è preclusa la possibilità di farne parte.  “Le donne sono Nazione ma assai poco Stato”.  Si comprende allora come questa impostazione, questo modello che di fatto confina le donne alla sfera privata, sia figlia di una concezione di genere divaricata già nell’Ottocento che ha sì conosciuto periodi di ridefinizione e riposizionamento molto importanti ma che di fatto, si trascina, ancora, fino ai giorni nostri.

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