di Mario Rodriguez
Apprezzo molto il pragmatismo di Napolitano. Uso pragmatismo in accezione alta, come concezione filosofica. Il Presidente della Repubblica riparte sempre dalla realtà, fenomenologicamente; è strutturalmente anti ideologico. E nel suo discorso celebrativo ha fatto molto bene a mettere al centro della sua riflessione il fatto che quel coacervo di storie personali (aspirazioni, valori, errori, ma anche miserie e crudeltà) che si sono ad un certo punto ritrovate dentro i confini della patria hanno proprio per questo potuto valorizzare al meglio i propri destini. In questo modo Napolitano offre una chiave, una visione per trovare una ragione non solo valida ma anche forte per essere orgogliosi del nostro faticoso e conflittuale processo di nation building.
Questa riflessione giocata sulla lunga durata e non sulla polemica di giornata mi pare stimolante e interessante. Mi pare invece improduttiva e negativa una valorizzazione del 150° in chiave anti Lega. Rafforza solo la Lega. È un’impostazione figlia di una concezione propagandistica della comunicazione, paradossalmente frutto di quella visione che si critica, la visione che pensa che l’immagine sia determinabile con colpi di teatro, con battute taglienti ad affetto (possibilmente trasmesse dalla tv). Ma l’immagine è sinonimo di reputazione e non di trucco, belletto, look. E la reputazione è frutto di lente stratificazioni, di dialogo e relazione, di comportamenti autentici, di un agire comunicativo consapevole capace di valorizzare i propri connotati distintivi.
Diventare il partito patriottico per il Pd non potrà quindi esaurirsi con le coccarde indossate alla Camera o con la corona di alloro all’altare della patria.
Bisogna mettere mano ad una profonda elaborazione che diventi componete strutturale della identità culturale.
La “patria” dei prossimi decenni deve essere una visione capace di assorbire e risolvere le contraddizioni del passato, senza negarle. Quelle antiche come il brigantaggio o la questione meridionale, quelle intermedie come il fascismo e quelle recenti come il berlusconismo. È bello dire “amare la patria” ma è facile amare le cose belle e buone, più difficile è amare anche quelle cattive, orrende e detestabili. E ce ne sono state e ce ne sono ancora. E in una visione di sistema sono indissolubilmente legate, sono un tutt’uno.
Solo chi riesce a dare una chiave interpretativa convincente anche delle cose brutte della nostra storia inserendole in un possibile tracciato di cambiamento positivo può credibilmente apparire una persona che ama.
L’amor di patria dei democratici non può essere la stesso della destra localista ed economicista e soprattutto non può essere la stessa dei nazionalisti, xenofobi.
Non si raccoglie la bandiera che la borghesia ha lasciato cadere nel fango per portare avanti quella stessa visione. Il tricolore che sventolavano da ragazzi Gasparri e La Russa era sostenuto da motivazioni diverse da quelle che ce lo fanno sventolare oggi e spero ce lo faranno sventolare domani. Non è vero che oggi amare la patria sia convergere su quelle motivazioni.
E quelle che vanno costruite sono appunto le nuove motivazioni.
Personalmente Gorizia rimane maledetta, per me i nazionalismi dell’ottocento sono la scintilla della madre di tutte le tragedie del novecento: la prima guerra mondiale. I preti cattolici che nel 15 benedicevano le truppe che andavano a combattere contro altri cattolici rimane una questione alla quale prima o poi cercherò una risposta.
È proprio Giorgio Napolitano, in veste di politico che riflette oltre che di Presidente della Repubblica che, parlando di patria, ci ricorda
Aver riscoperto – dopo il fascismo – quel valore e farsene banditori non può esser confuso con qualsiasi cedimento al nazionalismo. Abbiamo conosciuto i guasti e pagato i costi della boria nazionalistica, delle pretese aggressive verso altri popoli e delle degenerazioni razzistiche. Ma ce ne siamo liberati, così come se ne sono liberati tutti i paesi e i popoli unitisi in un’Europa senza frontiere, in un’Europa di pace e cooperazione.
Per questo, in queste ore, non nego un po’ di disagio quando dalla memoria riemerge “nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà”. Il nostro patriottismo mi pare non possa che essere la capacità di farci carico del grande travaglio che porta ad un patriottismo repubblicano, orgoglioso delle sue leggi che spingono i “fratelli d’Italia” (fratellanza è il filo che congiunge cristianità e socialità, amicizia e eguaglianza) a sentirsi cittadini di un pianeta globale e che, ad esempio, non riescono a far festa fino in fondo conoscendo la sofferenza dei “fratelli giapponesi”.
Stampa, invia e condividi:
Category Comunicati Stampa |
di Luciano Fasano
Le celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia rappresentano un’occasione per tornare a riflettere sull’identità nazionale. Un’identità che – dopo un secolo e mezzo di storia – può a ragione ritenersi un progetto ancora incompiuto. Ma quali sono le fragilità della nostra immagine collettiva di nazione?
Anzitutto, le diverse narrazioni che nel corso del tempo hanno dato consistenza all’idea dell’Italia come comunità di destino non sono mai riuscite a consolidarsi una volta per tutte. Già nel corso del Risorgimento, come ci insegnano gli storici (particolarmente interessante, a questo proposito, è la ricostruzione fornita da Alberto De Bernardi, nel libro di recente pubblicazione, Storia dell’Italia unita, con Luigi Ganapini), le rappresentazioni collettive del processo di formazione dello stato nazionale erano molteplici. Dapprima una rappresentazione ufficiale, di stampo patriottico tradizionale, espressione di una cultura liberale moderata e incentrata sul trinomio Patria-Monarchia-Liberalismo, che plasmava l’identità nazionale originaria, amplificandosi attraverso la produzione del ceto intellettuale accademico dell’epoca (Carducci), dall’azione delle prime classi dirigenti, soprattutto la realizzazione di grandi opere pubbliche (monumenti, ossari, spazi della memoria), e dal mondo dell’editoria (Sozogno, Hoepli, Zanichelli, Treves). Una rappresentazione che, nei primi anni di vita dello stato unitario, si diffondeva anche attraverso i processi di scolarizzazione di massa, basti pensare al libro Cuore di De Amicis. Ma quell’immagine veniva precocemente messa in discussione, attraverso la critica di una generazione letteraria post-risorgimentale, i cui massimi esempi si ritrovano nei movimenti della Scapigliatura e del Verismo, che vi contrapponeva una “contro-narrazione” ispirata ad una diversa cultura democratica, progressista e radicale che aveva i suoi punti di riferimento nelle figure di Mazzini e Garibaldi, oltre che nell’esaltazione della fase rivoluzionaria dei moti del 1848-49 (le Cinque giornate di Milano, le Dieci giornate di Brescia, la Repubblica romana, la Repubblica di Venezia), come statu nascenti in cui erano contenuti i presupposti culturali e ideali originari della costruzione nazionale. Prendeva così forma uno scontro sui contenuti della memoria collettiva, fra democratici radicali e liberali moderati, che fin dai primi decenni della vicenda italiana rendeva la costruzione dell’identità nazionale un terreno conteso. E proprio questa prima fondamentale divisione esponeva fin dalle origini la nostra identità collettiva a un’interpretazione valoriale non condivisa, che si rappresentava già in occasione del primo Giubileo della nazione (1911), attraverso un binomio Patria/Nazione in cui trovavano posto, da un lato, figure come Mazzini e Garibaldi, e dall’altro, come Cavour e Vittorio Emanuele II, rispettivamente portatrici di due diversi messaggi di paese, l’uno di élite e l’altro di popolo.
Ma anche questo compromesso fatica ad imporsi, poiché con la nascita del movimento socialista si apre una nuova divisione all’interno del campo democratico e radicale, che si esprime in particolare attraverso una diversa lettura del soggetto protagonista del Risorgimento, individuato dai democratici e radicali nel popolo e dai socialisti nelle classi borghesi, portatori di interessi per loro stessa natura anti-popolari. La frattura fra democratici e socialisti, che diventerà anche una frattura fondamentale del sistema politico italiano, così come di tutte le democrazie d’Europa, è destinata a incidere profondamente nel dibattito politico culturale sulle interpretazioni del Risorgimento, e di conseguenza sul processo di costruzione dell’identità nazionale. La nascita dello Stato unitario viene vista dai socialisti come un processo politico necessario ma incompleto, perché incapace di produrre esiti a beneficio delle classi popolari, oltre che strettamente legato agli interessi delle classi borghese e agraria, le uniche a trarre beneficio da un processo di formazione dello stato nazionale oligarchico e centralizzato. Se a ciò si aggiunge che, a causa della cosiddetta “questione romana”, dal Non expedit di Papa Pio IX (1874), quanto meno fino al Patto Gentiloni del 1912, per arrivare infine al provvedimento abrogativo di Papa Benedetto XV nel 1919, che permise la nascita del Partito popolare italiano in quello stesso anno, gli italiani di confessione cattolica restarono ai margini della vita pubblica del paese per circa quarant’anni, si comprende come l’identità italiana, pur tutta la durata dello stato liberale, sia stata più un tema di divisione, che un luogo di riconoscimento.
Dopo la parentesi del Fascismo, la nascita della Repubblica democratica rappresenta una straordinaria finestra di opportunità per una possibile rifondazione dell’identità nazionale. Ma purtroppo tale opportunità non viene colta, soprattutto perché la nascita del nuovo stato avviene sulle macerie della fine della Monarchia dopo l’8 settembre, e sulle divisioni che nella fase finale del conflitto bellico hanno visto consistenti fasce della popolazione italiana combattersi a viso aperto, nella guerra di liberazione partigiana contro il fascismo repubblichino. Per questi motivi, il campo di forze antifascista, che senza dubbio includeva le risorse morali, intellettuali e politiche indispensabili alla ricostruzione del paese, non riesce a ridefinire compiutamente il campo di legittimazione politica della nuova repubblica democratica, non riesce a diventare protagonista della costruzione di una rinnovata identità nazionale, in grado di superare le fratture del passato, recente e lontano, e imporsi come tavola dei valori comuni del nascente regime. Così, la memoria collettiva che esce dal conflitto bellico e dalla guerra di liberazione resta comunque divisa, lasciando aperte le sole strade dell’oblio o del ricordo diviso. Non deve quindi stupire che, all’indomani del crollo del Muro di Berlino, le diverse memorie e identità collettive restate carsicamente latenti per oltre quarant’anni, riemergano in uno stato molto simile a quello in cui si trovavano alla fine della guerra, le divisioni culturali e politiche che ben conosciamo, che sono peraltro all’origine della cruenta lotta politica che caratterizza la cosiddetta Seconda Repubblica. Con ciò, la capacità del centrodestra di infilarsi nelle maglie larghe di un’identità nazionale fragile e contraddittoria, ha avuto gioco facile nell’esprimersi attraverso la riattivazione di due fratture di lunga persistenza nel sistema politico italiano: da un lato, la frattura comunismo/anticomunismo, efficacemente agita da Berlusconi per mettere in un angolo una sinistra incapace di rappresentarsi come un campo di forze riformiste e responsabili di fronte alla prova del governo; dall’altro lato, la frattura nord/sud, che ha permesso a Bossi di rielaborare in termini di pretesa politicamente legittima la protesta fiscale dei ceti produttivi settentrionali, interpretandola come il portato storico di un paese la cui vicenda unitaria è stata caratterizzata dal dualismo fra un nord motore di sviluppo e un sud corrotto e sfruttatore.
Ma oggi, con 150 anni di storia alle spalle e con la necessità insopprimibile di darci un progetto paese in grado di affermarsi nella competizione globale, che cosa possiamo fare? Fragilità e contraddizioni della nostra identità nazionale hanno avuto come conseguenza principale, nel breve corso di vita dello stato italiano, una congenita debolezza istituzionale, come ha avuto modo di osservare lucidamente Ernesto Galli della Loggia nel suo volume sull’Identità italiana. Il punto, però, è che a fronte di una congenita insufficienza delle istituzioni, della quale il dibattito culturale e politico è certamente consapevole, vi è la responsabilità di una classe dirigente incapace di esprimere un’azione politica e di governo volta al consolidamento di valori e regole comuni. Il secolo delle ideologie è finito, ma proprio mentre il ruolo degli stati nazionali richiede una sostanziale revisione per potersi dimostrare all’altezza delle sfide del mondo globalizzato, la classe politica italiana, cioè di uno dei paesi che in questo momento sembra meno disporre delle risorse necessarie a svolgere un ruolo da protagonista, si attarda troppo spesso in divisioni di carattere strumentale, che ben poco possono portare sotto il profilo delle reali necessità dell’Italia, e che tuttavia continuano ad alimentare fratture, molte delle quali, dopo 150 anni di storia comune, potrebbero bene essere superate. L’entusiasmo popolare e la partecipazione che, in queste giornate, ha accompagnato le molteplici iniziative che si sono tenute negli oltre ottomila comuni d’Italia per festeggiare il terzo giubileo della nostra nazione, stanno a significare che gli italiani sono ormai maturi per superare divisioni che, rispetto alle sfide del futuro, potrebbero soltanto costituire delle inutili zavorre. È tempo che di questo si renda conto anche la nostra classe politica.
Stampa, invia e condividi:
Category Comunicati Stampa |
di Lorenzo Gaiani
Le celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’unità politica dell’Italia, che sono state fissate in corrispondenza alla promulgazione ufficiale della legge istitutiva del nuovo Regno (17 marzo 1861) sono state segnate, oltre che dalle volgari provocazioni della Lega Nord, la quale con arroganza dimostra di poter tenere in scacco Berlusconi ed il PDL anche su questioni su cui in nessun altro Paese sarebbero tollerati atteggiamenti irrispettosi o goliardici, dal rinverdirsi del tradizionale dibattito sull’identità nazionale. Nulla di male in sé, ma pericoloso e persino controproducente nel momento in cui diventa una sorta di udienza di Pretura perennemente aperta, o peggio ancora di una lunga puntata del “Processo del lunedì” in cui tifoserie opposte ma parimenti intolleranti ed incolte si affrontano sul terreno del luogo comune e dell’invettiva.
Certo, riferimenti come quelli dei testi di Crainz, Villari, Gentile, Cazzullo, Barberis, e molti altri sono forse al di fuori della portata del grande pubblico, ma se la semplice immissione nel circuito televisivo di massicce dosi di tricolore e di inno di Mameli (il “canto degli Italiani” nel titolo che gli diede il suo stesse autore) non è in tutta evidenza sufficiente a dare il senso di un percorso unitario compiuto, è altrettanto vero che le rivendicazioni padane o borboniche o clericali non conducono da nessuna parte. Anzi, si potrebbe dire ( e sarebbe la risposta più adatta a taluni furbi di stampo più levantino che teutonico come il Presidente della Provincia autonoma di Bolzano Luis Durnwalder, in degna compagnia del “Governatore” siciliano Lombardo ) che tutti coloro che ancora lamentano esulcerati le gravi ingiustizie patite ad opera dell’iniquo Stato unitario sono contemporaneamente, per motivi nemmeno tanto misteriosi e metafisici,gli stessi che prontamente esibiscono una nota spese da far saldare a piè di lista dall’oppressore per potergli permettere di continuare tranquillamente ad opprimerli fino alla prossima sessione di piagnisteo.
Certamente alcune delle modalità con cui si giunse all’unificazione nazionale hanno ancora oggi delle conseguenze sul concreto assetto politico economico ed amministrativo del nostro Paese, a partire dalla dialettica fra potere centrale e potere locale. Più volte nel corso degli ultimi anni si è lamentato che l’opzione federalista sostenuta energicamente da Carlo Cattaneo sia stata sconfitta a beneficio del modello unitario del Regno di Sardegna che a sua volta faceva riferimento al centralismo di impronta francese. E tuttavia, il pensiero politico di Cattaneo aveva un’impostazione, prima ancora che federalista, rigorosamente repubblicana (più ancora di quella di Mazzini, che peraltro era anche lui antifederalista), nel senso che presupponeva l’abbattimento di tutte le monarchie assolute, con la costituzione di Repubbliche democratiche che dessero vita ad un governo di tipo confederale sul modello, da lui molto ammirato, della Svizzera. E’ noto infatti che il fondatore del “Politecnico”, nel decennio fra il 1848 ed il 1859, si sottrasse alla reazione austriaca recandosi esule nel Canton Ticino, dove collaborò con il grande politico liberale luganese Stefano Franscini per una riforma in senso democratico e laico delle istituzioni cantonali e per la riforma dell’educazione pubblica.
Potremmo anzi dire che nel pensiero di Cattaneo la dimensione repubblicana, il riformismo economico e la laicità dello Stato venissero prima dell’opzione federalista, e lo dimostrò il suo atteggiamento di dura polemica con i sostenitori dell’unione con la monarchia sabauda, come il podestà di Milano Gabrio Casati, durante le Cinque Giornate. Una polemica che giunse al punto tale da spingerlo a denunciare come “venduto” Giuseppe Mazzini perché l’Apostolo della libertà d’Italia si era detto favorevole ad un accordo tattico con Carlo Alberto.
Pertanto, nelle condizioni oggettivamente date, anche per l’impossibilità di una realizzazione dello Stato unitario che fosse espressione di un moto unicamente interno e di matrice popolare, l’opzione monarchica e centralista risultò prevalente. Va tuttavia rimarcato che lo stesso Conte di Cavour si pose a più riprese il problema di una nuova organizzazione dei poteri locali. Lo fece dapprima, mentre ancora la Seconda Guerra d’Indipendenza era in corso,attraverso l’istituzione di una Direzione generale delle Province d’Italia presso il Ministero degli Esteri subalpino, cui presto si affiancò una Commissione di studio per la riforma amministrativa in Lombardia presieduta dal conte Cesare Giulini della Porta (che poi divenne il primo Presidente del Consiglio provinciale di Milano nel 1860 ) , al fine di studiare le modalità per una armonizzazione degli istituti locali lombardo-veneti con quelli in uso nel Regno di Sardegna. Come è noto, Cavour lasciò la guida del Governo dopo l’armistizio di Villafranca, e gli succedette come Presidente del Consiglio il generale La Marmora, mentre la vera regia politica fu affidata al Ministro degli Interni Urbano Rattazzi. Fu Rattazzi ad imporre le cosiddette leggi accentratrici che garantivano il pieno controllo del Governo centrale sui Comuni e sulle Province, mentre i Sindaci erano di nomina prefettizia e gli stessi Prefetti assumevano la funzione di Presidenti delle Deputazioni provinciali (le attuali Giunte).
Cavour ripropose la questione, durante la sua breve esperienza come primo Capo del Governo del nuovo Regno d’Italia (tre mesi, dal 17 marzo fino alla sua morta sopravvenuta il 6 giugno successivo), attraverso il progetto di legge del ministro degli Interni Marco Minghetti che mirava a mantenere al Governo centrale le leve di politica generale, estera, militare e finanziaria, decentrando a nuovi organismi su base regionale la quasi totalità delle competenze dei ministeri dell’ Interno, dell’ Istruzione, dei Lavori pubblici,dell’Agricoltura e del Commercio. Il progetto fallì per una serie di motivi, non ultima la difficoltà crescente nella gestione dell’ordine pubblico nelle Province meridionali, che rendeva rischioso, agli occhi del Governo di Torino, costituire Enti autonomi come le Regioni che potevano essere il prodromo di una nuova divisione di ciò che con grande fatica era appena stato unificato. Da notare che il Minghetti , il quale non a caso fu Presidente del Consiglio provinciale di Bologna per quasi vent’anni, mantenne sempre vivo il dibattito sulla questione regionale, annotando in un suo opuscolo del 1881 che era ormai tempo di riflettere sulla proporzione fra le funzioni affidate a Comuni e Province e le risorse loro destinate, e proponeva l’elettività dei Sindaci e dei Presidenti delle Deputazioni unitamente alla possibilità per le Province di “consorziarsi” fra di loro dando vita al nuovo istituto regionale per rendere possibile una gestione integrata ed efficiente delle materie delegate.
Minghetti era tuttavia un isolato all’interno della sua parte politica, la Destra storica, che, fedele all’impostazione dell’alleato storico del nostro Paese, la Francia, puntava ad una gestione fortemente accentrata del potere, riducendo gli spazi delle libertà amministrative ed esaltando il ruolo dei Prefetti come terminali del potere centrale (e spesso come esecutori di ordini in periodo elettorale). La situazione iniziò a cambiare con l’avvento al potere della Sinistra, ed in particolare di Francesco Crispi, il quale era viceversa un ammiratore dell’ architettura giuridico – politica tedesca (bismarckiana, in particolare) e vedeva nei Comuni e nelle province il presidio delle libertà statutarie. Fu il primo Governo Crispi a rendere possibile nel 1889 l’elezione da parte dei rispettivi Consigli dei Presidenti delle Deputazioni provinciali e dei Sindaci dei Comuni maggiori, facoltà che venne estesa a tutti i Comuni d’ Italia dieci anni dopo. Nello stesso tempo,preoccupato per l’avanzata nei Governi locali delle forze che reputava “antinazionali”, socialisti e cattolici, Crispi sottopose l’autorità degli Enti locali ad un organo denominato Giunta provinciale amministrativa, presieduto dal Prefetto, che di fatto aveva il potere di annullare le deliberazioni di tali Enti qualora vi fossero ravvisate, anche speciosamente, delle irregolarità legali o contabili.
Ciò spiega come la successiva storia amministrativa del nostro Paese sia essenzialmente storia della progressiva rivendicazione di spazi e di competenze da parte degli Enti territoriali, che in pari tempo però li riconduce all’interno della cornice unitaria essendo stata mancata al momento della creazione dello Stato italiano l’opportunità federalista nel senso classico. In questo senso, credo che l’uso della parola “federalismo” per designare alcuni mutamenti della forma e della qualità del rapporto fra lo Stato centrale, le Regioni e gli Enti pubblici sia un’evidente esagerazione, essendo comunque la cornice unitaria dettata dalla Costituzione, e prima ancora dalla storia nazionale, non reversibile. D’altro canto, siccome il pendolo tende a passare da un estremo all’altro anche in materia amministrativa, non si può non rilevare come , dopo l’abolizione delle Giunte amministrative prima e degli Organi regionali di controllo poi, praticamente l’unica forma di accertamento ex post delle eventuali irregolarità commesse da Comuni e Province nelle loro deliberazioni sia ormai il giudice amministrativo,il TAR, con tutte le difficoltà che comporta l’impiantare un processo in tale sede. In pari tempo, la legittimazione di base dei Sindaci legata all’elezione diretta a partire dal 1993, ha portato ad un dilatarsi spesso oltre misura della discrezionalità della loro azione, come dimostrano certe prese di posizione anti-islamiche di certi amministratori leghisti che di fatto implicano gravi limitazioni al diritto costituzionale alla libertà di culto.
Ciò ci dimostra, a centocinquant’anni di distanza, che l’unità del Paese inaugurata nel 1861, è parte di un cammino più ampio, in cui rientrano certo i progressivi ampliamenti territoriali, ma anche e soprattutto le fasi del riscatto nazionale che portarono ad una più matura coscienza democratica attraverso la grande prova della Resistenza, la nascita della Repubblica e l’elaborazione della Carta costituzionale, la quale (ha dovuto ricordarcelo il Papa !) originando dal convergere di culture diverse, ma ugualmente intese al bene comune e all’edificazione della persona umana, hanno definito la carta d’identità del solo patriottismo possibile, quello costituzionale appunto.
Questa è la Patria, l’unica che abbiamo.
Stampa, invia e condividi:
Category Comunicati Stampa |
di Emilio Russo
“Ho sentito l’onorevole Nitti affermare essere egli l’ultimo credente fanatico dell’unità. Mi permetto di fargli osservare che vi sono anche dei credenti nuovi, e fanatici pure, dell’unità del nostro paese. Tali siamo noi. L’unità materiale e morale della nazione italiana, conquistata attraverso lotte di secoli, è un bene che vogliamo e sapremo difendere, al di sopra di ogni altra cosa”. E’ il tredici luglio del 1946, e Palmiro Togliatti interviene per motivare il voto di fiducia al secondo governo De Gasperi, imperniato sui partiti di massa, Dc, Psi e Pci. Il centro del discorso è costituito dalla rivendicazione del ruolo dei partiti nella nuova democrazia ancora in gestazione. Un ruolo che Nitti, e come lui molti degli uomini del vecchio mondo liberale, consideravano eccessivo. Ma, obietta l’oratore, “Questa è la realtà della vita politica di oggi, e ad essa non si può sfuggire”.
La nuova Repubblica, per il capo dei comunisti italiani, è l’inizio di una nuova fase storica, in cui, più che per l’adesione ad un’unica idea di nazione, la garanzia dell’unità è costituita dalla convergenza delle componenti popolari. Sta per nascere la “Repubblica dei partiti” analizzata da Pietro Scoppola, con le sue memorie divise, il suo fragile equilibrio e il suo pudore a sentirsi “nazione” . La coscienza della cesura intervenuta con il fascismo è netta, così come l’ansia di fissare nella Resistenza l’inizio di una nuova fase. Togliatti, però, è anche portatore di un altro messaggio, ben oltre la vulgata della sinistra che vede la fine del fascismo collegata ad una radicale palingenesi: “La realtà è che stiamo liquidando una dura eredità, l’eredità del nazionalismo e del fascismo. Ma, d’altra parte, permettetemi, come uomo politico e come uomo di ragione, di ricordare a tutti voi che la continuità della vita nazionale non si rompe mai”. Che il Pci si sia sempre attestato sulla linea indicata dal Togliatti della Costituente è però assai dubbio. Già nella sua impostazione è possibile cogliere il segno di una cautela, anche dal punto di vista semantico, a non riproporre schemi che potessero essere confusi con quelli del discorso pubblico del Ventennio. Non vi figurano mai, ad esempio, espressioni come patria o nazione. L’adesione all’idea unitaria è fortemente segnata da un’impostazione che mette avanti “la classe” rispetto alla “nazione” e concepisce questa come la risultante di un compromesso sociale e politico. Per non dire della doppiezza, della doppia fedeltà a nei confronti sia dell’Italia che della “patria del socialismo” a lungo praticata.
Né l’impostazione originaria – che pure resse alla rottura dei governi di unità nazionale (avvenuta nel maggio del 1947) – sopravvisse senza sfregi all’intensificarsi della guerra fredda. Resta il fatto, comunque, che lo statuto del Pci conservò sempre alcune prescrizioni, rigide e animate da un intento pedagogico, che imponevano l’ordine di esecuzione degli inni ufficiali facendoli precedere dall’Inno di Mameli. Mentre l’esposizione delle bandiere rosse avrebbe sempre dovuto essere accompagnata da quella del tricolore. Direttive che la base del partito spesso e volentieri si piccava di ignorare, riottosa com’era, per lo più, a cogliere fino in fondo il significato dello slogan del Pci come “partito nazionale e di classe”. Un ossimoro, per certi aspetti, una visione legata a un progetto di egemonia che tuttavia conservava sullo sfondo il valore della storia nazionale.
La strada scelta da Togliatti combinava idealità ed empirismo. Il Pci si sarebbe potuto espandere nella coscienza popolare solo se avesse saputo esibire il suo radicamento nella storia italiana, anche per fugare i dubbi sulla sua lealtà nei confronti del Paese. Lo farà reclutando i rampolli di famiglie illustri della tradizione liberale, dal figlio di Giovanni Amendola al nipote di Giovanni Giolitti. E alimentando il mito di una Resistenza come “secondo Risorgimento”. Una semplificazione nefasta, che al tempo stesso depotenziava gli episodi di partecipazione popolare alle lotte per l’unità ed enfatizzava invece le dimensioni della partecipazione attiva al movimento partigiano.
Anche le analisi condotte in carcere da Gramsci, pur avanzando considerazioni argomentate sui limiti del processo unitario, non ne mettevano in discussione il senso più profondo: “Che l’unificazione della penisola dovesse costare sacrifizi a una parte della popolazione per le necessità inderogabili di un grande Stato moderno è da ammettere; però occorre esaminare se tali sacrifizi erano stati distribuiti equamente e in che misura potevano essere risparmiati e se sono stati applicati in una direzione giusta”. Frasi che appaiono tanto più coraggiose in quanto la temperie fascista sembrava avere consegnato l’idea di nazione e il percorso unitario ad un esito regressivo. “Il moto politico che condusse all’unificazione nazionale e alla formazione dello Stato italiano deve necessariamente sboccare nel nazionalismo e nell’imperialismo?”, si chiedeva. Rispondendo che “le tradizioni italiane, romane prima e cattoliche poi”, sono tutte di impronta cosmopolitica.
Paradossalmente, si potrebbe dire che il cammino verso una corretta valutazione del fattore nazionale nella sinistra italiana sia stato ostacolato, più che dalla strategia politica, dalla corte degli intellettuali che, dopo la sconfitta dell’imperialismo fascista e il fallimento della guerra, hanno alimentato una storiografia della disfatta, un’antistoria concentrata sulla valorizzazione delle opposizioni, delle minoranze di ogni tipo, dei localismi. Un atteggiamento che si è trasformato, dopo la caduta del Muro, nell’ideologia del politicamente corretto. In alcuni segmenti, l’introiezione del senso di una sconfitta storica, vissuta anche come un dato esistenziale, ha portato a identificare la sinistra (e talvolta il centrosinistra) con gli sconfitti, le vittime, le minoranze. Mentre sarebbe decisivo, per fissare finalmente un nuovo profilo del riformismo, essere in grado di rivendicare le conquiste ottenute, riconoscersi e inserirsi in una storia comune, prospettare i cambiamenti attraverso la ricerca della partecipazione. Senza snobismi, senza scorciatoie, senza deleghe alle élite o ai poteri terzi. Senza coltivare più il complesso dei pochi ma buoni, senza affidarsi alle ordalie dei giudici, senza andare al traino della stampa “amica”.
Oggi può persino stupire che il mondo progressista si scopra in prima fila a sventolare il tricolore. Il propellente di questo rinnovato sentimento nazionale, è doveroso ammetterlo, è costituito anche dall’avversione nei confronti della Lega e da un intento polemico verso il governo e il suo leader. Se fossero queste le motivazioni prevalenti del nuovo “patriottismo”, si tratterebbe però di un errore, un’occasione persa. L’unità, l’orgoglio nazionale non sono solo del centrosinistra e la credibilità dei democratici non reggerebbe se il loro atteggiamento fosse sospettabile di essere esclusivamente legato all’attuale congiuntura politica. Se qualcuno nutrisse il proposito di appropriarsi del Risorgimento e del sentimento nazionale in modo strumentale, commetterebbe lo stesso errore compiuto con la Resistenza, ridotta all’opera di una sola componente e divenuta una bandiera di parte. Una moderna forza riformista dovrebbe al contrario accostarsi all’anniversario dell’Unità per proporsi come oltre le divisioni, le antinomie laceranti di ieri e soprattutto di oggi. Potrebbe essere l’occasione per dire agli italiani: ecco, siamo noi i rappresentanti migliori – non i soli -, gli interpreti autentici di questa storia (tutta, anche di quella che non ci piace) e di questo popolo. La nostra vocazione è quella di rappresentarne la parte più vasta possibile. E poi fare in modo che questo accada e che venga sanzionata dalla libera espressione del voto dei cittadini.
Stampa, invia e condividi:
Category Comunicati Stampa |
di Stefano Ceccanti, senatore Pd
1. In generale è sbagliato cercare di giuridicizzare per intero i rapporti umani o sulla base di casi laceranti appena accaduti e lo è ancor di più quando si agisce su aree soggette a forte evoluzione delle tecniche; si rischia tra l’altro di legiferare a partire da eccezioni e per produrre risultati inaspettati su casi non prevedibili per il futuro.
2. Il diritto non coincide con la legge del Parlamento, che interagisce con sentenze, con codici deontologici, con altre realtà che sono diritto più o meno cogente erga omnes e che permettono di adattare flessibilmente la legge al caso singolo, oltre al fatto che intorno alla persona c’è una comunità da corresponsabilizzare, composta dai familiari e dal medico, per cui le dichiarazioni pur impegnative e prima facie vincolanti, non possono però sfociare in rigidi automatismi: non tutto può essere prevista allora per ora. Anche la legge è tenuta a riconoscere e rispettare la capacità di autoregolarsi della comunità.
3. Il caso Englaro e la giurisprudenza successiva hanno posto il problema dell’accertamento preciso di volontà dei soggetti in stato vegetativo permanente; giusto porsi quel problema, ma non vedo allora perché, se si parte da lì, mentre il testo Senato era contraddittorio sull’ambito di applicazione (pazienti in SVP, stati vegetativi permanenti, o anche incapaci di intendere e di volere?) quello Camera vuole fare la scelta più estensiva che crea, a seconda dei casi, problemi o di derive di accanimento terapeutico (alimentazione e idratazione) o anche di abbandono terapeutico (gli altri casi). Perché il legislatore non fa la scelta più restrittiva e prudente? Se dovesse mantenere quella più ampia, allora dovrebbe rendere le norme più flessibili perché la platea dei coinvolti è quantitativamente molto più ampia e qualitativamente più articolata.
4. La legge del Parlamento si trova di fronte in casi come questi a principi che, presi ciascuno per proprio conto, conducono a conseguenze estreme: c’è il diritto alla vita e c’è il diritto all’autodeterminazione e nessuno dei due può essere del tutto sacrificato; sono possibili bilanciamenti diversi (non a partire da una neutralità assoluta, ma dalla dignità della persona) entro una gamma ragionevole di soluzioni, ma non posso ritenere a tal punto non negoziabile e isolato il diritto alla vita da imporre forme di accanimento terapeutico; al tempo stesso non posso fare la stessa operazione col diritto all’autodeterminazione finendo per ritenere incostituzionale anche le norme sull’aiuto al suicidio; sono evidenti anche le conseguenze politiche dei diversi approcci, se si tratta di fare i tifosi per uno solo dei princìpi non negoziabili fare il Pd non ha a priori alcun senso, ha senso fare una coalizione di partiti uniti sul Governo ma che si rifanno a orientamenti divaricanti; solo se si crede nel Pd ha senso tentare un bilanciamento che porti a soluzioni creative; oltre al Pd c’è poi il problema più complessivo se un Paese possa tenere rispetto ad approcci così polarizzati.
5. Varie tecniche possono arrivare sino a configurare forme di accanimento terapeutico e non può certo essere il legislatore, con un tratto di penna, a dichiarare senza se e senza ma che alimentazione e idratazione a priori non possono mai ricadere in tale pericolo, se non violando deliberatamente l’articolo 32 comma 2 della Costituzione; d’altronde, sia pure con varie cautele, questa era la posizione del Comitato nazionale di bioetica nel parere del 30 settembre 2005 per i pazienti in SVP:
“la sospensione dell’idratazione e della nutrizione a carico di pazienti in SVP è da considerare eticamente e giuridicamente lecita sulla base di parametri obiettivi e quando realizzi l’ipotesi di un autentico accanimento terapeutico” (parere a cui hanno aderito, tra gli altri, Paola Binetti, Carlo Casini, Francesco D’Agostino, Luciano Eusebi, Elio Sgreccia).
Stampa, invia e condividi:
Category Comunicati Stampa |
di Simone Comi*
Dopo giorni di sanguinosi scontri in tutto il paese, la situazione in Libia versa ancora in uno stato d’incertezza preoccupante. In pochi erano pronti a credere che il popolo libico sarebbe riuscito a mettere all’angolo un dittatore pronto a sterminare chiunque avesse anche solo provato a mettere in discussione il suo potere. Gli attacchi sui civili sono stati condannati da tutti i leader delle democrazie occidentali ed è stata avviata un’inchiesta da parte della Corte penale internazionale. E’ stato fatto il minimo indispensabile, se si mettono a confronto l’intervento nella ex-Yugoslavia e il totale immobilismo rispetto a quanto sta succedendo in Libia. Il governo italiano, probabilmente in preda a smanie di interventismo dopo le timorose quanto miopi dichiarazioni seguite ai primi cenni della rivolta, ha organizzato una missione umanitaria per portare aiuti alimentari ed assistenza sanitaria ai profughi rifugiatisi in territorio tunisino, senza aspettare iniziative da parte dell’Unione Europea o degli Stati Uniti. Gesto da lodare sul versante della solidarietà, preoccupante, però, dal punto di vista della politica estera, in quanto sembra essere un’ulteriore prova dell’incapacità del nostro paese di interpretare il ruolo che gli compete nell’area del Mediterraneo.
Le rivolte nei paesi che si affacciano sulla sponda meridionale del Mare nostrum riguardano infatti l’Italia non solo per motivi puramente geografici, sono eventi che hanno un’assoluta rilevanza se consideriamo le possibili ricadute sul nostro interesse nazionale. Senza dimenticare che il cambiamento radicale del panorama politico in Libia potrebbe avere ripercussioni ancora più pesanti sul nostro sistema-paese rispetto a quanto successo in Tunisia ed Egitto. Sebbene sia indiscutibile l’importanza della diplomazia in situazioni di crisi, non sembra essere questo il caso in cui trattative tra le parti potrebbero favorire il raggiungimento di un accordo condiviso. La situazione è ormai degenerata in una vera e propria guerra civile e non bisogna dimenticare che in Libia, a differenza che in Egitto, l’esercito non può farsi garante della transizione democratica né proteggere la popolazione dalle ritorsioni del regime. In questo senso, risultano incomprensibili le dichiarazioni rilasciate dal Ministro Maroni nelle ultime ore. Dopo aver subito per giorni attacchi aerei da parte delle forze filo-governative che ancora rispondo a Gheddafi, i ribelli libici hanno chiesto più volte l’istituzione di una no-fly zone sulle aree che controllano. La posizione del governo italiano rispetto a questa possibilità sembra essere, ancora una volta, dettata dall’incapacità di tratteggiare una politica estera di lungo periodo. Come ha giustamente fatto notare Angelo Panebianco, non potremo pretendere un ruolo da protagonisti a rivoluzione conclusa se non siamo pronti ad assumerci responsabilità importanti in questa fase. Le rivolte scoppiate in questi ultimi mesi rappresentano per il nostro paese una finestra d’opportunità, che difficilmente si riaprirà nel prossimo futuro. L’Italia ha ora la possibilità di gettare le basi per poter porre in essere nel prossimo futuro una ridefinizione fondamentale del proprio approccio alla politica estera. In questo frangente, il nostro paese può tentare di proporsi come la futura potenza capace di influenzare gli equilibri regionali, assumendo quel naturale ruolo di pivot geopolitico frutto di una posizione geografica che ci vede al centro di un’area fondamentale per il futuro dell’Europa intera. Per mettere in atto questo cambiamento è però necessaria una visione di lungo periodo in grado di favorire la rinascita di un’idea pan-mediterranea, archetipo che un’Italia avviluppata su sé stessa non sembra essere in grado di scorgere e destinato quindi a rimanere poco più che un’utopia.
*Analista di relazioni internazionali e geopolitica. Responsabile del Programma Relazioni Transatlantiche per l’Italian Center for Turkish Studies (ICTS), collabora stabilmente con il Centro di Formazione Politica fondato da Massimo Cacciari
Stampa, invia e condividi:
Category Comunicati Stampa |
di Maria Luisa Cribioli, vicepresidente Ato Como e sindaco di Nesso
Sul tema dell’acqua,ed in particolare sul modello di gestione delle risorse idriche si assiste da molto tempo ad una contrapposizione tra chi si batte per la difesa dell’acqua pubblica, non solo del bene, ma anche della proprietà degli enti erogatori, vedi referendum ,e chi sostiene che la gestione privata dei servizi idrici può di per sé assicurare maggior efficienza e prezzi più bassi per i cittadini.
Entrambi le posizioni, in realtà, sono viziate da un pregiudizio ideologico che difficilmente potrà portare ad una composizione tra le differenti visioni.
Non si può del resto negare che l’ingresso dei privati può rappresentare un beneficio solo se si sviluppa una effettiva concorrenza per il mercato e se gli enti locali sono in grado di scegliere l’offerta vantaggiosa per i cittadini.
In realtà sappiamo molto bene che i Comuni spesso agiscono in perfetto conflitto di interesse tra esigenze di una gestione corretta ed efficace e il tentativo di non assumere misure impopolari e non paganti dal punto di vista elettorale. La seconda finisce per proteggere lo status quo che ha visto, un continuo rinvio o riduzione degli investimenti necessari per risanare la rete degli acquedotti e conseguenti perdite.
Affermare che l’acqua è pubblica e la gestione deve rimanere pubblica diventa, pertanto una mera affermazione di principio che, seppure condivisibile, non produce effetti reali. Come si può non essere d’accordo con chi combatte l’ipotesi di privatizzazione dell’acqua? E’ proprio questo che ha reso rapida la raccolta di firme per il referendum. Ma dobbiamo essere consapevoli che facili slogan nascondono enormi criticità.
Nella realtà l’acqua è un sevizio che ha bisogno di grandi investimenti per il presente e il futuro, dalla rete potabile,alla depurazione. Oltre 680.000 milioni di euro per la provincia di Como! Risorse che andrebbero prese o dalle tasse o dal debito pubblico, mentre non c’è governo, né alcuna parte del mondo che, in questo momento non combatte contro l’aumento delle tasse o del debito pubblico.
Cosa manca e che fare?
Innanzi tutto una revisione delle competenze sulla materia non solo per ridurre i conflitti tra i vari enti ma, anche per far nascere una vera e propria “governance dell’acqua”: una chiara affermazione legislativa dei poteri di indirizzo e di governo del settore. Manca un’Autorità indipendente da realizzare ex novo o ampliando quella esistente per l’Energia e il gas che elabori una “strategia idrica nazionale” con il concorso delle Regioni: che stabilisca tariffe corrette ed eque atte a proteggere le fasce sociali deboli, che sviluppi un sistema efficiente gestito con logiche industriali. Ultima, ma non meno importante, una stabilità normativa che crei le condizioni per l’accesso al credito assolutamente necessario e indifferibile per la realizzazione delle infrastrutture.
E’ invece notizia di pochi giorni fa la decisione del Consiglio dei ministri di impugnare la legge regionale lombarda sul servizio idrico recentemente approvata per conflitto di competenze. E’ evidente che diventa impossibile programmare la benché minima iniziativa in materia senza il rischio di essere contraddetti dopo una settimana. A questo punto l’unica domanda da porsi in una situazione così instabile e contraddittoria non può che essere: What next?
Stampa, invia e condividi:
Category Comunicati Stampa |